Un’ ècfrasi di Ciro Pinto su un quadro di Gianfranco Troccoli

L’attesa
Quando finirà la guerra
Spalerò la neve accumulata in giardino
Riparerò il tetto e aprirò la finestra
E stenderò al sole i nostri vestiti
Quando finirà la guerra
Metterò su una bella canzone
Stapperò una delle bottiglie buone
E resterò seduta davanti alla porta
E ti aspetterò
Mille e ottantuno giorni sono trascorsi da allora. Anzi, a essere precisi, mille e settanta da quando ti scrissi quei versi. La guerra era iniziata da undici giorni, tutti pensavamo che sarebbe finita molto presto.
Ci saremmo arresi, ma tu saresti tornato.
Sai, quello stormo di rondini che passò sopra la nostra casa in quel giorno di primavera, la primavera del primo anno senza di te, seguiva una traiettoria sghemba, come se quegli uccelli non avessero cuore di tornare. Ed io, sciocca, che cercavo tra loro, aguzzando la vista, il tuo viso, il sorriso accennato nel tuo ultimo saluto. Quella sera piansi, rimisi la bottiglia nella credenza. Non sarebbe finita presto la guerra.
Ho imparato a resistere. Nella nostra città, la sciagura dei bombardamenti, il fetore della morte, ci hanno soltanto sfiorati. Per ora…
Tra un po’ arriverà la quarta primavera da quando sei partito. Io starò come al solito sull’uscio, e le lacrime si scioglieranno insieme alla neve sulle nostre montagne.

A volte, siedo sulla nostra panca, immagino di parlarti. Oppure rileggo le tue lettere. Ogni parola, ogni frase, le conosco a memoria.
Ti ricordi quando ci preparavamo per andare al lavoro? Tu che mangiavi una brioche, di quelle che ti piacevano, con la giacca indossata a metà, la camicia da infilare ancora nei pantaloni, e io che mi incollavo a te e pretendevo di baciarti, mentre il boccone ti gonfiava le guance. E poi via di filato a prendere ognuno la sua strada. L’ufficio, la scuola. Pianeti che ci tenevano separati, e a noi sembrava un’eternità. Eh sì, parlavamo poco di mattina, non c’era tempo e non ce n’era voglia. La notte, le nostre notti, ci bastavano per ore, ore e ore.
Adesso le parole sono preziose. Le tue, quando le leggo nelle tue lettere, sanno di muschio, di desiderio. A volte, di fango, di sangue.

Ora però mi manca il coraggio. È strana quell’ultima missiva che mi è arrivata. Sono settantotto ore che sta lì sul tavolo, da quando Gorky, il nostro caro, vecchio postino, -te lo ricordi?- me l’ha consegnata.
Ma poi ho annusato la busta. Un odore diverso, un odore senza senso. Un odore estraneo a te e a me. Ho avuto paura.
Sta ancora lì, sul tavolo. Intanto io ti aspetto, ti aspetterò ancora.