Skip to content Skip to sidebar Skip to footer

Un’ ècfrasi di Ciro Pinto della trilogia del pittore Gianfranco Troccoli

Ci sono storie che non meritano un finale, e altre che non dovrebbero mai iniziare. E poi ci sono quelle che accadono, e quando accadono non puoi fermarle. Una di queste è accaduta proprio a me.

1.

M’era presa l’ossessione per gli aerei. L’unica cosa che contava per me era stare sulla pista per vederli decollare. C’era un piccolo aeroporto, lassù in collina. Comprai una tuta da meccanico, azzurra. Ogni mattina la indossavo e tentavo di intrufolarmi insieme agli altri meccanici. Tenevo la testa bassa, uno straccio unto in mano, bofonchiando di bulloni e di valvole.

Ma non c’era verso d’entrare.

Allora, presi in affitto un piccolo hangar, diosololosa quanto mi è costato, ma almeno ottenni il diritto di entrare.

Passavo ore e ore nella mia tuta azzurra su quella pista dove loro rollavano e poi si libravano in volo.

Immagine che contiene dipinto, Arte bambini, disegno, arte

Descrizione generata automaticamenteQuando mi stufavo di starmene in piedi, mi rintanavo nel mio hangar.

Ci avevo portato una giostrina, quella con la quale giocavo da piccolo.

L’avevo sistemata sul gradino di una scaletta in metallo, che una volta serviva per salire su un piccolo aereo, chessò un monoposto, almeno credo.

Facevo girare la giostrina, e restavo a guardare gli aeroplanini che volavano in tondo.

2.

Fu in un pomeriggio assolato che accadde.

Ricordo che arrivai nell’hangar che ero madido di sudore. Alzai la saracinesca felice di starmene al fresco e …

Lui era lì, tutto metallo e fusoliera, con la sua turbina, fresco come un neonato.
Chi ce lo aveva portato lì? Come avevano fatto a entrare?
Bè, devo dirvi che dopo i primi momenti di sgomento iniziai a ragionare.
E più ragionavo e più mi convincevo.
Di chiunque fosse stato quell’aereo ora apparteneva a me.

Presi a girargli intorno, carezzandone la fusoliera. Non v’era un portello né un pertugio per entrare. Spostai a fatica la scaletta, l’accostai all’aereo, salii pochi gradini e ficcai gli occhi all’interno.
Per poco non mi prese un colpo.
C’era una donna, che saliva i gradini di una scala, uguale a quella dov’ero salito io. Insomma, quella che tenevo nell’hangar.
Picchiai i pugni sui finestrini, gridai a squarciagola.
Ma lei pareva non accorgersi di me, continuava a salire come se la scala non avesse fine.
Stava per prendermi il panico, quando il cellulare mi squillò nella tasca.
«Pronto.»
«Non mi faccia domande, la prego. Vada fuori, guardi se la pista è libera, questo aereo deve decollare al più presto.»
«Cosa?», farfugliai mentre temevo di impazzire.
«La prego.»
«Ma…»
«La prego, per favore.»
Quella voce mi pareva familiare.
Ebbi un brivido.
Naturalmente feci come mi aveva chiesto. La pista era libera. Il decollo fu semplicemente perfetto.

3.

Inutile dirvi che quella notte non riuscii a dormire. Mi rigiravo tra le lenzuola in preda a una strana agitazione. Sentivo che quell’assurda vicenda non era ancora giunta alla fine.

Ricordo che all’alba ero già pronto per andare in aeroporto. Certo, ci sarebbero volute un paio d’ore nell’attesa che si aprissero i cancelli e potessi raggiungere il mio hangar, ma sempre meglio che starsene a letto a friggersi il cervello. Magari, l’aereo era ancora lì. Forse il caldo mi aveva giocato un brutto scherzo.

Ma in aeroporto non arrivai mai. La polizia mi arrestò mentre stavo per uscire dal mio appartamento.

Mentre mi tenevano fermo e ammanettato, trovarono la piccola statua di Budda, che tengo sul comodino accanto al letto. Ecco, dove stava il detonatore, gridò uno dei poliziotti dalla mia camera. E da qui che ha fatto saltare in aria l’aeroporto dando fuoco all’esplosivo che teneva nel suo hangar.

Mi trascinarono via, mentre non facevo altro che ripetere di essere innocente, ma nessuno mi ascoltava. Presi a raccontare quella strana storia dell’aereo e della donna che c’era dentro, che saliva una scala all’infinito, ma loro andavano avanti con le accuse. Lei, ha già dei precedenti. L’anno scorso per quell’incendio all’aeroporto se l’è cavata per un dettaglio. Ma ora abbiamo questa, sentenziava quello che pareva il loro capo, stringendo in una mano il budda in terracotta.

Mi ficcarono nella volante.

Sono innocente, lo volete capire? C’era un piccolo aereo nel mio hangar, non so come mai fosse lì. So soltanto che è decollato nel pomeriggio.

Forse c’è qualche attinenza con l’attentato, insistevo.

La smetta di inventarsi queste storie, il capo ora era aggressivo. Lei ha perso sua moglie in un incidente aereo. Durante il decollo l’aereo ha preso fuoco. Non è vero? Tre anni fa, a Nuova Dehli.  E lei non se n’è mai fatta una ragione. Mi dica: la donna che vedeva in quel suo aereo immaginario somigliava a sua moglie?

Lascia un commento

Questo sito è protetto da reCAPTCHA e si applicano le norme sulla privacy e i termini di servizio di Google. e Termini di servizio fare domanda a.

Il periodo di verifica reCAPTCHA è scaduto. Ricaricare la pagina.

seguimi sui social

Resta aggiornato

Ciro Pinto © 2021 All Rights Reserved.

Designed by Francescobasile.dev