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Un’ècfrasi di Ciro Pinto sul quadro di Gianfranco Troccoli: La fine del Regno

Che cosa volete che vi dica?

Si sa, le sciagure arrivano all’improvviso.

Immaginate una valanga di ghiaccio che si stacca dalla cima più alta di un monte e rotola giù senza tregua, s’ingrossa fagogitando alberi, pietre e animali e s’avvicina inesorabile a un grumo di case, docili, indifese. Forse il rombo di questa frenetica corsa -simile a una sarabanda di tuoni scatenati dalle meccaniche celesti- potrebbe essere l’indizio della tragedia che sta per avvenire, ma il tempo? C’è il tempo per proteggersi? O per fuggire? Quando non si usa il tempo a disposizione per avere una saggia lungimiranza, poi non si può pretendere di usare pochi spiccioli di ore, che dico, forse minuti, per salvarsi il culo. Bè, mi sembra che la metafora sia chiara. Al nostro regno è successo proprio questo: travolto, annientato dalla furia degli eventi. E ora siamo ridotti così, guardate un po’ qui di lato.

Forse ora è bene che mi presenti. Mi chiamo Gea. No, non preoccuparti, non sto rivangando i tempi antichi. È soltanto che i miei mi chiamarono così, erano ecologisti della prima ora. Quale nome migliore per la primogenita poteva sancire la sacra missione di salvare la Terra? Ed io ho fatto del mio meglio, mi devi credere. Ma al Congresso, le carte ammuffivano, i file si ammucchiavano in migliaia di cartelle. Studi ricerche previsioni e programmazioni, tutti inutili orpelli di un’idea che non è mai decollata.

E lui, Urano, eccolo qui, non ha potuto far niente per fermare le ire del cielo. Ha tentato, ha parlato del buco dell’ozono, dei danni delle polveri sottili. Non gli hanno creduto. Pensi che chiamarti Urano ti autorizzi a saperne più di noi sul cielo? Sei solo un fottuto allarmista. Questo gli dicevano gli stolti, appoggiati da fior di politici e scienziati, farisei intenti a mantenere lo status quo. E i giornali -dio che schifo- a giocare sui nostri nomi. Sei il figlio o il marito, o entrambe le cose? Incestuosi!

E ora gli alberi non germogliano più, alcuni sono nudi, tronchi effimeri che ancora si protendono verso il cielo in una preghiera che non sarà esaudita. I fiumi arrancano o si gonfiano a dismisura, oltre gli argini, oltre ogni immaginazione.

E mio marito? Esimio professore, con pubblicazioni prestigiose e decenni di onorata carriera, ridotto a far da balia a nostra figlia. La piccola si è ammalata, colpita da uno delle migliaia di virus che imperversano sulla Terra.Non c’è più nulla da fare, mi dice di tanto in tanto. Nei suoi occhi sono scomparse la fiamma del ricercatore, la tenacia di chi sa di essere nel giusto.

Stamattina, mi sono fatta coraggio. Ho detto al giullare di prepararsi. Saremmo andati per villaggi e città. Basta con le guerre, basta con le armi. Tutto quello che avete, anche se poco, infilatelo in questa sacca. Porterò i vostri denari al Congresso.

Forse siamo ancora in tempo a fermare le tormente di neve, e gli uragani. Forse quello di ieri sarà l’ultimo maremoto. Abbiate fede, dateci il vostro obolo. E seguiteci, dovremo essere una moltitudine, lì, fuori alla grande porta del Congresso. Ci ascolteranno, prima che la Terra, il nostro regno, si sbricioli e diventi un’orrenda poltiglia di fango e di sangue. Abbiate fede.

Ma ho aspettato invano nella mia camera, lui non è arrivato. Allora sono andata nella stanza del trono e me lo sono trovato davanti. Mi sorrideva, come sempre. Mi ha dato fiducia, e speranza.

Poi un colpo sordo. È caduto a terra come un uccello colpito a morte. Un cecchino, forse, chissà…

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