Intervista di Edizioni Psiconline su Subway

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Intervista a Ciro Pinto e Rossella Gallucci autori di Subway

Gli autori, sono impegnati in un vero e proprio tour in molte città italiane per incontrare il pubblico.

proponiamo di seguito l’intervista che ci aiuterà ad avvicinarci meglio ai contenuti del libro.

 

Come è nato Subway?

RG Da un’idea di Ciro di scrivere qualcosa sul mondo degli homeless, o comunque delle persone che vivono di espedienti, persone considerate scarti della società. Il desiderio di scavare in quel mondo, di calarsi in quell’oscurità, capirne le storie, le ragioni. Un mondo dove è il buio a far da padrone, inteso sia in senso metaforico – il buio dell’anima – che reale, il metrò, appunto. Ciro mi ha proposto di scrivere qualcosa insieme e io ne sono stata lusingata, dato che avevo letto il suo primo libro e alcuni suoi racconti e sentivo il suo modo di scrivere nelle mie corde.
ciro pintoCP Bè, vi svelo un retroscena. Io fumo, ahimè. E quando scrivo, le sigarette aumentano. Era la primavera di tre anni fa, venivo dalla stesura del mio terzo romanzo: Gli occhiali di Sara e avevo voglia di svagarmi e di fumare meno. Ma un’idea, quell’idea così ben descritta da Rossella, mi gironzolava nella testa, non riuscivo a liberarmene, come quando hai quel classico motivetto che ti torna sulle labbra in continuazione. Sapevo che non potevo metterla da parte, che non mi avrebbe mollato. Allora mi sono detto che se non volevo annaspare in una nuvola di fumo, dovevo dimezzare la fatica. Così ho pensato a Rossella, perché mi piace la sua scrittura.

Subway è un romanzo corale che narra le vicende di più personaggi: come sono nati, quali sono e quali hanno colpito di più il vostro interesse?

RG Abbiamo iniziato a scrivere solo con un’idea generica in testa, senza sapere assolutamente quanti e quali personaggi avremmo caratterizzato. Si è deciso di procedere con un capitolo ciascuno, non necessariamente consequenziali. Ognuno, nella prima parte, inseriva dei personaggi, dava loro un nome, li strutturava, senza essersi accordato prima con l’altro. Per quel che mi riguarda i personaggi prendevano vita istintivamente, scaturendo semplicemente dalle mie emozioni più forti. In certi momenti per me era quasi una sorta di terapia, riuscivo a calarmi completamente nel personaggio, nel suo dramma, come se lo avessi vissuto in prima persona. Non mi chiedevo dove mi avrebbe portato, era lui che guidava me. Il mio interesse maggiore è stato ovviamente per i personaggi femminili. La violenza sulle donne rappresenta per me un nervo scoperto, anche se fortunatamente non parlo per esperienza personale. Sono molto colpita dalle storie che sento, alcune anche vicine a me. Mi impressionano il senso di impotenza di queste donne, la totale mancanza di autostima, i silenzi, i sensi di colpa, le giustificazioni e il nascondere in primis a se stesse e poi al mondo quello che stanno subendo, quasi fossero loro a doversene vergognare. Ecco, ho provato a calarmi in questo mondo.
CP Sono partito dall’incipit che poi sta tutto nel prologo: un senzatetto trovato morto con addosso qualcosa che fa nascere tutta la storia. La sacca blu, con dentro la busta, appunto, che diventa il trainer di tutto il romanzo. I personaggi sono nati via via, si sono caratterizzati immergendosi nel plot. Una sola caratteristica comune: ognuno diventerà più di quello che appare all’inizio, nel bene o nel male. Si scoprirà che dietro la sagoma iniziale ogni personaggio ha tutto il suo bagaglio di vita, a volte così ingombrante da non riuscire a trascinarlo, così blindato da non riuscire più ad aprirlo.

Perché è ambientato principalmente in una metropolitana, nel mondo sommerso, e invisibile a molti, del disagio sociale?

RG Perché il mondo dei personaggi descritto è un mondo oscuro. E il metrò è il luogo ideale, dove la luce non entra mai o è artificiale. Volevamo mettere in evidenza questi contrasti. Anche il mondo dei personaggi che incontriamo via via nel romanzo, quelli considerati “normali” e per i quali il metrò è solo un mezzo di trasporto, ha molti chiaroscuri, spesso è più oscuro di quello degli esclusi. Non sempre quello che appare è verità. È questo contrasto tra ciò che è e ciò che appare, tra luce e buio, che volevamo mettere in evidenza.
CP Esattamente in sintonia con Rossella. Aggiungerei una cosa, la contraddizione: oggi è più facile che la corruzione, il malaffare vivano alla luce del giorno piuttosto che nascondersi, mentre la miseria e il disagio si celano per vergogna. Ecco, cito proprio due righe di Subway: Un mondo bastardo dove tutto era capovolto, dove il male si nascondeva nella luce e la sofferenza si ammantava di buio, celandosi nelle tenebre quasi si vergognasse di se stessa.

Come va letto Subway? Privilegiare la trama (giallo/noir) o puntare l’attenzione anche su alcune tematiche trattate quali l’ecologia, l’emarginazione sociale?

RG Subway non nasce, né ha la pretesa di essere un romanzo impegnato. Vengono sfiorate alcune tematiche sociali, quali, appunto, la violenza (non solo sulle donne) per biechi interessi economici, la salvaguardia dell’ambiente, l’omofobia, la droga, ma non era sicuramente possibile approfondirne i contenuti. Sono problematiche che viviamo più o meno giornalmente, direttamente o no, ma credo che ci riguardino un po’ tutti da vicino. Subway È un romanzo di azione, con una trama relativamente complessa, un giallo con un mistero da scoprire che si svelerà un po’ alla volta. Si entra dopo poche pagine nel vivo della storia, quindi credo che, anche se come dicevo all’inizio, noi non abbiamo da subito privilegiato la trama, chi legge è portato a seguire gli eventi. È anche un romanzo un po’ surreale, i luoghi sono immaginari, hanno una valenza simbolica, anche nei nomi. In ogni caso, credo che ognuno di noi abbia una chiave di lettura nel leggere un romanzo, io, ad esempio, anche in un thriller o in un romanzo d’azione, privilegio prima di tutto lo stile e le suggestioni utilizzate dall’autore, poi la trama.
CP Che dire? Rossella ha detto tutto. Non ho preferenze particolari in merito ai generi narrativi. Ogni libro, sia esso giallo, noir, d’evasione, fantasy o di narrativa in generale, deve avere due qualità, secondo me: una trama che attiri e tante suggestioni che catturino il lettore spingendolo a riflettere. Speriamo nel nostro piccolo di esserci riusciti con Subway.

Quale messaggio avete voluto dare ai lettori?

RG Alla fine è un messaggio di speranza, ingrediente che non deve mai mancare. Dal buio si può e si deve sempre emergere.
CP Vorremmo che passasse quest’idea: che il mondo non finisce nella stanza dove siamo rinchiusi, nel letto dove siamo costretti, non finisce mai, nemmeno davanti all’orizzonte più cupo. Sperare condividendo è la medicina per uscire da ogni disperazione.

Chi dovrebbe leggere Subway?

RG Nella stesura non abbiamo delineato un lettore ideale. Subway è un libro adatto a tutti, giovani e meno giovani, ad esclusione dei bambini.
CP Quanta più gente è possibile, speriamo.

Cosa è possibile trovare in Subway?

RG Tante situazioni di vita diverse, ma solo in apparenza. Man mano che si prosegue nella lettura, ci si rende conto che poi le storie non sono mai così diverse tra loro. E questo è comunque un messaggio positivo. Si torna sempre al punto di partenza e al messaggio iniziale del libro: dal buio si può arrivare alla luce.
CP Ironia, poesia, brutture, nefandezze, solidarietà, amore. Tanta ombra e tanta luce.

Quale è il filo conduttore del romanzo?

RG Dal punto di vista della trama il mistero della sacca blu da risolvere. Un oggetto che compare sempre nei momenti critici e passa di mano in mano. Sarà la chiave di volta della storia. Dal punto di vista simbolico, ritorniamo sempre ai chiaroscuri, ai contrasti tra luce e buio.
CP Sì, la sacca blu. Ci metterei anche la disperata voglia di ricordare e la paura di riuscirci. Il solito gioco sottile che spesso ci irretisce, cioè rimuovere ciò che ci mette davanti a cose inaccettabili. Ma alla fine i mostri vanno affrontati.

A volte sembrano esistere soltanto disperazione e squallore nel romanzo, però a poco a poco qualcosa sembra cambiare… Qual è il significato?

RG Credo di averlo già accennato in precedenza, la speranza, il riscatto. Quasi tutti i problemi hanno una soluzione, il buio è solo l’altra faccia della luce. Non è un modo superficiale e “fiabesco” di vedere la vita, ma è necessario stringere i denti e tentare il tutto per tutto per uscirne fuori. A volte la soluzione è davanti ai nostri occhi, ma noi siamo talmente chiusi nella nostra disperazione e autocommiserazione da non riuscire a vederla.
CP Proprio come dice Rossella. Non a caso la storia pian piano esce dai cunicoli bui della Subway per muoversi alla luce, tra spazi ampi e luminosi.

Molti nomi dei personaggi sembrano inusuali nel contesto narrato. È voluto? E Perché?

RG Anche i nomi hanno una loro funzione simbolica. Paolo Maria è un nome importante, non si addice a un uomo che passa le sue giornate suonando nel metrò per sbarcare il lunario. Così come Beatrice (Coriandolo) è un nome aulico o Alberigo, nome ingombrante per una personalità che, almeno all’inizio, ci appare un po’ sbiadita. Serve comunque a sottolineare questo dualismo tra le due realtà, ad indicare al lettore che non esiste un sola chiave di lettura nella storia di un determinato personaggio. Altri sono nomi comuni, non hanno un significato particolare.
CP C’è anche Unico, Porfirio, c’è la Sirena dipinta su una volta della stazione, c’è il cane, Argo, che pensa. Un po’ surreali, folli, direi. Ma, per dirla con Vasco Rossi, la vita è tutto un equilibrio sopra la follia.

Infine mi piacerebbe sapere come avrete vissuto l’esperienza della scrittura a quattro mani. Quali sono le vostre impressioni su questo viaggio narrativo condiviso.

RG È stata un’avventura piena di emozioni. Per me, abituata a scrivere poesie e racconti, è stata la prima esperienza come romanziere. È incredibile come si possa essere in sintonia anche conoscendosi appena, scrivere un intero romanzo in soli 6 mesi, a distanza, comunicando solo via chat, e mail o skype… Non è stato facile, aldilà degli inizi, come spiegavo, dove ognuno inseriva caratterizzazioni o elementi senza consultarsi con l’altro, arriva un momento in cui è necessario mettersi a tavolino e decidere dove la storia porterà. E lì è stata un po’ dura, è forse il momento meno divertente della scrittura, ma per me è stato molto istruttivo. Non nego che ci siano stati anche momenti di tensione, non sempre si può essere d’accordo su tutto ed è in questi momenti, proprio dai confronti non sempre facili, che si impara molto.
CP Un’esperienza fantastica. Scrivere con un’altra persona, vista soltanto una volta, usando tutti i mezzi digitali a disposizione per comunicare, scambiare, qualche volta litigare, è stata un’avventura incredibile. E poi scrivere una storia con tanti personaggi e con questo intreccio è stata una bella sfida.
Complimenti a Rossella che mi ha sopportato in tutti quei mesi.

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