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Gli scrittori devono farsi vedere dal vivo

La recensione sul Blog di Roberto Mengoni

Gli scrittori devono farsi vedere dal vivo. Non che la qualità della conversazione in pubblico sia uguale alla capacità di scrittura. Tutt’altro. C’è chi è meglio che resti nell’ombra della sua stanza, per una congenita incapacità di parlare davanti ad una platea, e poi ci sono i momenti in cui è proprio la persona ad attirarti verso il suo romanzo, come è stato il caso di Ciro Pinto con il suo giallo Senza dolore.

Ho conosciuto Ciro Pinto proprio durante una presentazione a Monteprandone, in provincia di Ascoli Piceno, organizzata dall’infaticabile Domenico Parlamenti che con la sua associazione Alchimie d’arte ha rivitalizzato culturalmente anche una cittadina considerata il dormitorio di San Benedetto del Tronto. Mi ha incuriosito e spinto ad acquistare il suo romanzo, di cui non sapevo assolutamente nulla.

Innanzitutto mi piace la sua storia di dirigente napoletano che a 58 anni inizia a pubblicare libri (sicuramente la passione della scrittura sarà cominciata prima), dopo aver passato una vita a girare per l’Italia. Da questo proviene anche una scrittura ed una trama che non risentono dell’ombelichismo tipico dei nostri scrittori, per cui se sono romano, devo per forza parlare di caput mundi e far finta, se scrivo gialli, di essere gomito a gomito con la Questura. Ciro Pinto riesce abilmente a raccontare una storia ambientata a Milano nel novembre 1948, un tempo ed uno spazio lontani geograficamente ed anagraficamente, che ricostruisce con un notevole amore per i dettagli. Ho apprezzato anche il tentativo di parlare di un periodo storico, la Resistenza ed il Dopoguerra, senza retorica ma senza neppure la confusione revisionista di certi scrittori fintamente neutri (di cui è maestro di doppiezza Giampaolo Pansa) per cui dato che abbiamo vissuto una guerra civile, le due parti in lotta si equivalevano. Il fascismo non è stato solo sconfitto, è stato condannato dalla storia. E questo si sente nel libro.

Abbiamo tra le mani un giallo di formato classico, con una trama ben congegnata, che si svela con precisione cronometrica, che non ricorre ad espedienti per avanzare, con un nucleo preciso di personaggi che, su due binari paralleli, indagano per scoprire la verità sulla morte della ventenne Isa, strangolata in casa sua con un giubbotto ricavato dalla seta di un paracadute americano. Della trama è meglio non dire altro, che ognuno deve avere il piacere della scoperta. Mi sembra interessante sottolineare alcuni aspetti.

In primo luogo il fatto che la ricerca del colpevole sia un’azione collettiva, senza un personaggio principale. Da un lato agisce Ludovico con due ex compagni della lotta partigiana; dall’altra il commissario Penati, nostalgico fascista, con il brigadiere Donati, segnato dalla morte del figlio, ed il giovane vicebrigadiere Conetti: sono i due sottoposti ad indirizzare le indagini andando contro il loro stesso capo. La ricerca della verità sull’omicidio si intreccia con i ricordi della vita in montagna, delle miserie, della violenza e dei tradimenti, le cui ferite non si sono mai rimarginate e che la tragica morte di Isa fa nuovamente sanguinare.

La morte dell’innocenza, simboleggiata dalla giovane Isa, costituisce quindi l’inizio di un percorso di riconciliazione, doloroso ed incerto, di storie personali e vicende collettive, attraverso il quale i diversi personaggi prendono coscienza del loro vissuto e mettono da parte una volta per tutte i traumi del fascismo e della guerra, aprendo la possibilità, da costruire con pazienza, un paese finalmente rinnovato e pulito dai suoi atavici vizi di servilismo, conformismo e disinteresse.

Presentazione del libro di Ciro Pinto (al centro) a Monteprandore (AP). 24 luglio 2021.

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