La casa di Posillipo, Recensione di Alessandro Orefice su Volti e libri di letture condivise

La recensione

“La casa di Posillipo” Ciro Pinto, TraLeRighe Libri, 2019

La Famiglia Costabile della Casa di Posillipo costruita nel 1920. Bisognerebbe venderla? Amedeo torna a Napoli da Londra dove lavora. Tornano anche ricordi e con essi la storia (nazismo e fascismo) e scelte compiute da genitori e progenitori e familiari.
Le poste in palio su cui scegliere sono oggetti oppure siamo noi ad essere la posta? La volontà di “vendere” ha coscienza di quel che le serve per esprimere autentici bisogni? Oppure quei bisogni nascondono il superfluo di una condizione umana?

Iniziamo e dalla prima pagina procediamo senza esitazioni nella lettura de ‘La casa di Posillipo’, un romanzo storico che ricostruisce i dilemmi di diverse generazioni di italiani che, come gli Armando e gli Amedeo ascendenti della voce protagonista del romanzo, hanno fatto dolorosa esperienza della grande guerra, della dittatura fascista, della seconda guerra e del dopoguerra. Diversi gli ambienti a fare da sfondo ai loro protagonisti, diversi i i paesaggi mentali che fan da sfondo ai loro sentimenti, ma non così i dilemmi degli strascichi irrisolti.
Anche in questo romanzo di Ciro Pinto la memoria e il suo criptato da decifrare, aprono ai protagonisti lo scenario di un confronto inatteso con se stessi. Si chiede risposta ad una domanda di verità nel presente per il suo protagonista. Ma: la pratica di vendita de “La casa di Posillipo” non era una decisione semplice, un mero disbrigo amministrativo?
Due sono le voci che si alternano nel romanzo: quella diacronica del padre che restituisce significanza al tempo delle vite familiari antenate, il bisnonno fondatore di casa ‘Pace’ di Posillipo; e quella del bis-nipote, Amedeo che tornando a Posillipo dà luogo ad un flusso di coscienza, un colloquio interiore che si fa s-velamento riguardo al suo ritorno a Napoli munito di una identità di promoter finanziario, bene integrato nella predazione della City londinese, dove vive da anni con una compagna. Inopinatamente presto la posta in gioco della vendita si rivela per Amedeo fonte di un ben diverso dissidio: se assecondare l’autenticità del desiderio che lo interroga, oppure se rispondere all’allettante richiamo identitario dell’iper-moderno neoliberista.

Si delinea così per Amedeo II la scelta tra i due corni del dilemma: direbbe l’evangelista gnostico Tommaso: “Se esprimerete quanto avete dentro di voi, quello che avete vi salverà. Se non esprimerete quello che avete dentro di voi, quello che avete vi dannerà”.

…Torno a scrivere della mia vita … Non so perché mi rimetto a riassumere sulla carta le mie storie, forse perché dopo un certo intervallo di tempo sento il bisogno di riannodare lo stato dell’arte della mia esistenza: o semplicemente perché sento il bisogno di riannodare i fili tra presente e passato per non perdere la rotta. In questi ultimi anni l’esigenza di riallacciarmi al passato è diventata ancora più forte, da quando ormai ho lasciato definitivamente la casa di Posillipo…

Il ritorno a Napoli per vendere la casa di Posillipo, si trasforma per Amedeo in esperienza interiore di confronto con un rimosso di fantasmi: cose e persone che riemergono, indagini sui destini rivelati da gesti mancati, suggestioni che aprono squarci intuitivi improvvisi di verità su antichi silenzi e con essi significati nuovi alle generazioni della famiglia Costabile.Così il registro del romanzo fonda sulla ricerca di risposta alla domanda che pone il silenzio dell’Altro, il cui segno si evidenzia come una profezia nella ridondante cronologia dello stesso, nella identica patronimica generazionale dei nomi di battesimo dei Contestabile, Armando ed Amedeo, in una narrazione che ricalca la sintassi della tragedia con la sua enigmatica ed i suoi classici themata da risolvere.