Tra le letture di Heidegger e di Terzani e i fatti di cronaca su Ong e migranti

Tra le letture di Heidegger e di Terzani e i fatti di cronaca su Ong e migranti

 

In questi giorni ragionavo di Heidegger, delle riflessioni sul suo Essere e tempo, del suo “esistenzialismo”.
Del filosofo tedesco mi piace la svolta che dà al concetto di a priori, il suo distacco da Hegel si concretizza con l’attribuzione della centralità all’uomo come soggetto operante nell’universo reale, attribuendogli la forza della autodeterminazione, della scelta, in termini molto più concreti e risolutivi di Kierkegaard. Di Heidegger non mi piacciono i suoi Quaderni neri, l’adesione al nazismo e il suo antisemitismo. Vero, il pensiero del grande filosofo rimane in tutta la sua enorme portata, aldilà delle sue scelte personali. Ma a ben vedere la sua è una vera e propria autocondanna: l’uomo misura la sua trascendenza nel modo in cui dispone delle cose reali, è soggetto per dare senso agli oggetti, questo il fulcro della sua filosofia. Dunque le scelte personali di Heidegger hanno valore quasi come il suo pensiero e non mi piacciono.

E sto rileggendo di Terzani, della sua splendida iperbole, di giornalista, di socialista e soprattutto di uomo che culmina nella sua attesa della morte, attesa che tratteggia con parole che rappresentano uno struggente suggello di umanismo (direi esistenzialismo, perché come dice Sartre -L’esistenzialismo è un umanismo-): “Seduto per terra su una coperta di lana bianca scrivo queste righe. Sono felice. Mi pare davvero di aver fatto il primo passo di un grande viaggio, di avere la chance di una nuova, bella avventura. Il silenzio attorno è immenso e la possibilità di ascoltare la propria voce la più grande che ho mai avuto.” E in questo mi riporta a Heidegger, al suo concetto di morte, come fatto sostanziale ed esplicativo della vita. La morte che va accettata senza poter scegliere ma che va vissuta con  la serena consapevolezza che si tratti di uno stadio della vita stessa, l’ultimo che chiude tutte le scelte ma che a esse dà il senso della loro importanza.
Il  percorso di vita di Terzani è sintomatico di tutto il nostro Novecento e dell’uomo moderno. Ci trovo la ricerca della verità, il fuoco dell’ideologia e l’onestà intellettuale della critica. No, non ci sono quaderni neri nella sua speculazione intellettuale. La sua fede politica, a volte estrema, dirompente, divenne il suo grande motivo di riflessione quando fu tradita dai fatti in Russia, in Vietnam, fino alla Cina, da cui nasce il suo libro: La porta proibita. È allora che si ritira davanti all’Himalaya e vive da eremita iniziando il lavoro su se stesso. Se ogni impresa che l’uomo intraprende per cambiare il mondo fallisce, allora vorrà dire che prima di tutto è l’uomo a dover cambiare. Questo in modo semplicistico ma esaustivo il succo del suo pensiero. Ed è anche la realizzazione più grande dell’Esistenzialismo/umanismo.

E infine leggo sui giornali delle querelle e delle diatribe politiche sulle Ong, e sui migranti. E penso alla manipolazione, alle strumentalizzazioni dei fatti da parte di taluni –politici, ovvio-, che non cito per la pochezza che rappresentano, mirate soltanto a incrementare consensi speculando su tabù e ignoranze, mentre i fatti, gli oggetti, nessuno sembra si curi di approfondirli, tutti pronti a schierarsi a seconda dell’appartenenza a questo o a quel cortile e a strombazzare nel grande amplifono dei social.

Ecco nel terzo millennio, nella società liquida di Bauman, dove tutto è confuso, aleatorio, mutevole, si torna ai “si” dai quali voleva rifuggire Heidegger, all’impersonalità delle posizioni, all’ignoranza dei fatti che si accettano in virtù dei si dice dei pare che, che nelle mani di uomini -politici, sempre- senza etica diventano formidabili strumenti di creazione di realtà posticce, realtà usa e getta per la strategia del momento. Forse in questo nuovo millennio stiamo diventando più sani e longevi, ma il nostro pensiero s’impoverisce di giorno in giorno, castrato e poi adescato dai nuovi e futili signori -è un eufemismo- della politica, o meglio della rendita politica.

E allora ripenso a Terzani, alla sua speculazione intellettuale ed eroica da cronista inflessibile e leale, alla sua autocritica spietata tanto quanto lo era stata la sua critica. Penso a tutto questo e mi sento in un mondo dove ormai la verità naufraga, questa sì, al largo senza alcuna possibilità di avvistare la costa, amica o nemica che sia.

Ciro Pinto