Nabokov, quando un Premio è Cultura

logo-nabokov4 - CopiamatiteCultura, Storia, Attualità, e tanto altro ancora nella due giorni di Novoli.
Una miscellanea incredibile di sensazioni, riflessioni, emozioni.

 

La premiazione della nona edizione del Premio Nabokov ha rappresentato non solo un momento di festa e di convivialità, è andata molto oltre l’evento in sé.
Tornando da Novoli, mentre percorrevo la statale che porta a Bari, dentro di me pulsavano ancora le suggestioni della kermesse vissuta in due giorni ricchi di spunti e di tante riflessioni.
Alla mia destra il mare era ormai inghiottito dal buio della notte, potevo solo immaginarlo, o meglio, ricordare quanto è azzurro e inquieto in quel tratto dove l’orizzonte è sgombro.
Quanta vita, quanti avvenimenti ci circondano, ci sfiorano e noi spesso ne siamo inconsapevoli.
Quanti migranti (una volta chiamati clandestini – come ricorda Pino Scaccia -) sono sbarcati su quelle coste provenienti dall’Albania?
La Storia srotola i suoi accadimenti intorno a noi, ogni giorno, e sempre tocca ognuno, anche quando non ce ne accorgiamo, quando nel nostro orticello l’erba è rigogliosa e i semi sono ben attecchiti.
I tragici fatti di Parigi, la strage di Charlie Ebdo, sono ancora nella mente e nel cuore di tutti, nei due giorni di Novoli una domanda muta e angosciante ha afflitto tutti i partecipanti: che fare?
L’umanità ha vissuto i suoi millenni attraversando tragedie immani e sopravvivendo a sciagure di portata enorme, ha imparato tanto dalla Storia, ma non ancora abbastanza.
Forse la risposta è semplice, molto più semplice di quanto si possa immaginare. È necessario riflettere, impegnarsi nella comprensione aldilà degli eventi e delle posizioni politiche. La Grande Storia, quella che segna gli eventi del Mondo, nasce e ricade sui popoli, sempre e comunque. Ha detto bene il prof. Antonio Cesare Saltini quando parlando del suo romanzo ricordava a tutti noi che un assedio, il classico assedio delle guerre medievali, non è solo un compendio di gesta eroiche e di strategie militari. Un assedio è soprattutto fame e carestia per i contadini, desertificazione delle loro terre.
Pino Scaccia, inviato Rai per anni e in buona parte del mondo, presente nei luoghi e nei momenti in cui la Storia segna le sue tappe, ha semplicemente affermato, nell’intervista tenuta da Andrea Giannasi durante la manifestazione del Nabokov, che il suo ruolo è solo di tramite, nelle sue pupille e nel suo cuore gli occhi e le emozioni di tutti affinché ognuno possa capire pur essendo lontano dalle frontiere dove si giocano le sorti dell’Umanità.
Ha anche aggiunto che forse bombardare i paesi musulmani non è il massimo, forse sfruttare le loro terre non aiuta. Sarebbe meglio portare in quei posti benessere e cultura occidentali, forse cominceremmo a capirci.
Beh, basta poco affinché l’odio, i pregiudizi possano dissolversi, e tante frontiere della civiltà potrebbero nascere ovunque.
Basta poco. Pensate che gli ebrei dell’est sono rimasti per decenni grati ai sovietici, perché fu la loro armata ad arrivare per prima, a tendere loro una mano nell’inferno dei campi di concentramento. I gulag, le persecuzioni staliniane svanivano dinanzi agli efferati delitti dei nazisti.
Tutti abbiamo alzato le matite e abbiamo gridato: Nous tous Charlie, e questo è bello, molto.
La passeggiata dei leader mondiali sugli Champs, seguita da una miriade di persone e idealmente da tutto il mondo che condanna la violenza, è stato un evento memorabile, ma non basta.
La Fratellanza di cui si è tanto parlato al Nabokov si gioca ogni giorno e in ogni terra, anche in quella apparentemente del nemico.
Di lato alla statale, quando passi con la luce del giorno, puoi vedere la geometria perfetta dei muri tirati a secco, senza manco una cucchiaiata di malta, puoi spaziare lo sguardo tra i rami degli ulivi bassi, che si estendono a centinaia fino al mare, e allora ti accorgi che la Cultura, quella vera, è fatta dalla storia della gente, dal suo saper fare, dalle tradizioni e dai riti perpetuati nei secoli. La Cultura è fatta di pazienza, di sudore, di conoscenze, e soprattutto di comprensione.
Solo la Cultura può donare ancora la speranza nel futuro. Anche nei momenti più bui, anche in quelli che Sciasca definiva così drammatici da fargli dire che a volte non è la speranza l’ultima a morire ma la morte è l’ultima speranza. Invece è proprio la speranza, unico bene inesauribile e patrimonio di tutti, a poterci salvare.
Basta niente ad accendere la speranza. Elisheva Kundrova, nel mio romanzo: Gli occhiali di Sara, dopo il kilometro percorso sulla neve, insieme a tanti altri disgraziati sulla Juddenrampe, si trovò dinanzi all’ingresso del campo di Auschwitz e alla scritta che troneggiava sui cancelli d’ingresso: Arbeit macht frei, bastò leggere quelle parole perché si riaffacciasse in lei la speranza. Se l’umanità sopravvive a tutte le sue tragedie e alle sue efferatezze, è solo in virtù di quella fiammella minuta e fioca che pure non si spegne mai, seppur costretta negli anfratti più bui: la speranza. Basta niente a riaccenderla, un tono della voce più mite, un filtro fioco di luce, una parola come liberi.
Sì, davvero tanta cultura e umanità nella bellissima kermesse di Novoli.