L’uomo che correva vicino al mare, recensione di Rossella Gallucci

OLYMPUS DIGITAL CAMERALe percezioni e le riflessioni di Rossella Gallucci, poetessa e scrittrice, dopo la lettura de L’uomo che correva vicino al mare, Edizioni Psiconline

Giorgio Perna è un ex manager d’azienda in pensione, ha sessant’anni e da due ha perso la moglie, Eva, a causa di una grave malattia.
Tutte le mattine corre attraversando Rimini, sua città d’adozione a partire dall’adolescenza, per arrivare alla spiaggia di fronte al suo mare.
È in questa dimensione che ritrova se stesso.
Il mare è tutto per il protagonista, rappresenta la sua intera esistenza; la corsa, invece, la sua rabbia e la sua solitudine. Già nel titolo è racchiuso tutto il significato del romanzo. Ce ne rendiamo conto andando avanti nella lettura, nel valore simbolico che assume questa corsa.
Un uomo di fronte a se stesso, alle sue debolezze e alle sue solitudini. È in questa corsa vicino al mare che in qualche modo fa pace con il suo passato.
Attraverso i colori e i profumi che sprigiona il mare, rivive le situazioni della sua infanzia nella sua città natale, Napoli; infanzia interrotta bruscamente all’età di 8 anni per la morte della madre. Con il padre, pittore sensibile e anticonformista, allora andrà a vivere a Rimini, per poi trasferirsi a Bologna negli anni dell’Università e ritornarvi dopo il matrimonio.

Le vicende delle due donne – la madre Elena da una parte e la moglie Eva dall’altra – s’intersecano e si confondono continuamente. L’una sembra la naturale e inevitabile conseguenza dell’altra, un debito karmico molto pesante, da cui il protagonista non riesce ad affrancarsi. Il parallelo tra le due donne è abbastanza evidente anche dalla descrizione fisica: gli occhi di Elena che ritornano spesso nel racconto, li ritroviamo in quelli di Eva.
Giorgio è un’anima ribelle, proprio come il padre, pittore raffinato ed eccentrico che non si piega al gusto del momento, al volere del mercato, perché i moti dell’anima non hanno un colore definito, non possono essere racchiusi in una definizione banale e scontata. Perché “… a’ raggia non ha colore, perché … “è facile a fa’ i colori come li vediamo, ma dinto all’anima che colori ci stanno? L’ammore, a’ raggia, o’ pentimento di che colori sono? …”

In questo romanzo l’amore gioca un ruolo fondamentale, è il motore che fa girare gli avvenimenti. L’amore vero non si esaurisce con la morte, ma è come se l’autore li mettesse continuamente in relazione – eros e tanathos – due elementi imprescindibili. L’amore è legato sempre e comunque, prima o poi, a una perdita, a un dolore. “Dolore chiama dolore”, così la morte della moglie riporta prepotentemente e dolorosamente il protagonista al dolore per la perdita della madre prima e del padre poi. E la bellezza, l’arte, l’essenza esistono solo finché esiste l’amore.  Ecco perché il padre smette di dipingere alla morte della madre e distrugge tutte le sue tele.
L’amore, quello vero, non è possesso. La lucciola risplende solo se la guardi da lontano, “…come un piccolo foro nel catrame nero della notte…”, ma nella mano il suo lucore svanisce e “…si resta nel buio, soli e inermi sotto un cielo di stelle troppo lontane e indifferenti.” Quindi “…meglio non lasciarla mai quell’immagine, meglio non catturare la lucciola…”

L’altra donna della sua vita è la figlia Paola, con un suo bagaglio pesantissimo di problemi, di fronte ai quali non si rassegnerà mai, grazie al suo carattere forte e determinato, né di fronte ai continui rifiuti da parte del padre, chiuso nel suo dolore e nella sua solitudine a tal punto da non voler vedere i problemi della figlia e a rifiutare il suo aiuto quando il suo fisico inizierà a cedere.  Paola sarà la chiave di volta finale del romanzo che farà intravedere nuovamente una luce in fondo al tunnel e quindi porterà il lettore verso una nuova fiducia nel futuro.

Il romanzo si svolge su due piani temporali diversi, che mettono in parallelo le due vicende principali della vita di Giorgio Perna, intorno alle quali gira tutta la sua vita: quella di bambino nella sua città natale, Napoli, la perdita della madre e il brusco volgere verso la fine dell’infanzia; e il tempo presente, quello della scoperta del grave problema della figlia Paola e della perdita della moglie Eva. La storia dell’incontro dei suoi genitori avvenuto con lo sfondo del Golfo di Napoli, e il ritratto che ne fa il padre di quell’incontro, con Elena, la madre, che ha “il vento nei capelli e il golfo alle spalle” assume un significato profondamente simbolico e sarà il leitmotiv di tutto il romanzo.

Il mare è dunque sempre presente, è parte integrante della vita del protagonista e del suo essere. Ce lo dice anche quando ci racconta di come aveva imparato a nuotare. Di quando il padre lo aveva lasciato nell’acqua alta e lui era stato costretto a sbattere braccia e gambe e a dimenarsi per restare a galla, fino a quando non era riuscito a dominare il mare. “Il mare non aveva colpe, era lui che non lo assecondava.” E qui il parallelo con la morte della madre: “Che colpa aveva sua madre se era morta? …” “Eppure lui si era dimenato, non l’aveva mai accettata quella morte…”
Il “dimenarsi” nell’acqua per paura di affogare qui è messo in parallelo con il “dimenarsi” del suo animo, della sua angoscia e la non accettazione di una realtà così dolorosa.
E ancora il paragone tra il mare di Napoli con spiagge non molto lunghe, con scogli e sassi, con l’acqua subito profonda e di un azzurro intenso, e il mare verdastro di Rimini, con le sue larghe distese di sabbia.
Qui il paragone si fa spesso nostalgia. L’aria di Rimini è bassa e umida, non ha spessore. Mentre quella di Napoli “…s’intrufola dappertutto, pure nella macchinetta del caffè.”
Ed è davanti al mare che prenderà coscienza un po’ alla volta – prima negandolo a se stesso, poi costretto a prenderne atto – dei cambiamenti del suo corpo, che segnerà l’inizio della sua malattia.
Il tempo presente è lento, quasi fermo. Il calendario scorre snocciolando i giorni, uno dietro l’altro, come a mettere in evidenza l’arrancare di un’età diversa, il rallentare delle azioni e delle prospettive. Mentre nel racconto del passato il tempo si dilata, spaziando in un raggio di azione che parte da lontano, dagli anni sessanta, per arrivare ad intersecarsi con il presente e poi con quello futuro. Nella prima parte della vita, le vicende, i progetti, sono talmente ampi da riempire ogni minimo spazio delle giornate freneticamente, in un tempo che non ha “tempo” per se stesso, ma è tutto proiettato al futuro.

 

Dopo “Il problema di Ivana”, suo primo romanzo di grande spessore, con il quale ha ottenuto diversi riconoscimenti, Ciro Pinto, nell’affrontare e analizzare argomenti reali e scottanti, si riconferma un autore poliedrico e sensibile, attento osservatore e conoscitore dell’animo umano e ci regala nuovamente un’opera trascinante e di forte impatto psicologico.

 

Rossella Gallucci