La mia recensione di Trinacrime, di Alessandro Vizzino

TRINACRIME_cover_02Trinacrime, la storia vera di un pentito di mafia.

Personalmente sono molto contento di commentare l’ultima fatica di Alessandro Vizzino, Trinacrime, edito da Imprimatur Editore. Oltre che per l’amicizia che ci lega, sono contento perché ho visto nascere questo progetto editoriale.

Vorrei brevemente tracciare i tratti salienti di questo libro che mi ha conquistato sin dalla prima lettura. È una storia romanzata ma vera di un pentito di Mafia, chiamato per ovvie ragioni con un nome posticcio: Tonio Sgreda. Una storia che si sviluppa nell’arco di un trentennio, dagli anni ‘70 agli anni ’90, anni che hanno visto la sua ascesa e la sua caduta fino al pentimento. Sono gli stessi anni che hanno caratterizzato il periodo più cruento dell’attività mafiosa dell’ultimo scorcio del secolo scorso.

Una storia narrata senza pregiudizio, in cui l’autore non entra mai per esprimere una censura o prendere una posizione. È una cronaca fedele dei fatti sulla base di ore e ore di colloquio tra l’Autore e il protagonista, trasposta con la bravura di un romanziere qual è Alessandro. Una storia per lunghi tratti terribile, di morti e sopraffazioni, in un clima cupo che niente meglio di una frase di Sciascia potrebbe descrivere: Ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire è l’ultima speranza. Ma anche con sprazzi di luce, di umanità, come è nella realtà delle cose.

Lo stile è quello pregevole a cui ci ha abituato l’Autore, geometrie perfette che racchiudono una prosa di pregio, d’immediata comprensione e di accattivante coinvolgimento. Gli spazi tracciati dalle sue geometrie ogni tanto si dilatano per far vibrare i sentimenti.

Tutta l’opera è impregnata di sicilianità. Non a caso i dialoghi sono quasi tutti in dialetto, a mio avviso comprensibili da molti anche senza l’ausilio delle note. Ma non è solo questo a far pulsare le pagine di sangue siculo. C’è l’immediatezza delle immagini che consentono al lettore di sentirsi proprio su quell’isola. Quando leggerete, come spero, le pagine dedicate alla processione di Sant’Agata, vi sentirete tra la folla, in quella processione, e vi sembrerà di essere un po’ siciliani anche voi. Alcune descrizioni sono così dettagliate da sembrare immagini.

C’è lo spirito atavico del popolo siculo, per tanto tempo, troppo, tenuto distante da Roma, dal continente.
Uno spirito che si traduce nella sua fame, che non è solo intesa nel senso più comune, ma è la fame di chi vuole essere riconosciuto, di chi vuole essere in grado di decidere la sua sorte, una fame sentita e vissuta per secoli, la cui deriva, ahimè, è sfociata nel fenomeno mafioso. Basta leggere alcune righe del Prologo per capire:
Il cielo piangeva pioggia cadenzata, ritmo rarefatto che risaliva i battiti del cuore.
Le gocce affioravano sul parabrezza come cerchi di bocche affamate dietro vetri di ristorante, con la va­cua speranza di riuscire a entrare; davano l’idea d’ag­grapparsi, di voler resistere allo scivolio, alla gravità che ne assottigliava le forme e ne affievoliva il vigore, che le spingeva verso il basso fino ad annullare ogni loro individualità, riducendole in pozzanghera. (…)
Uno spirito che è il suo destino, che l’Autore stigmatizza in maniera eccellente in poche righe che vi riporterò, perché non potrei spiegarlo meglio delle sue stesse parole. Pag. 157: (…) Lo fece nel suo dialetto, in quella lingua senza i tempi del futuro e con un passato prossimo pressoché ignorato, espressione di un popolo del tutto radica­to nel trascorso e nel presente, nell’esperienza della tradizione e nel bisogno quotidiano. L’idioma di una stirpe pragmatica, per la quale il domani si riadatta nell’oggi, distante dal ravvisare nel tempo venturo un’opportunità su cui progettare, bensì soltanto un giorno fra tanti vissuto in più. (…)