La mia recensione di Odore di bimbo, di Giovanna Albi

odore di bimboMa che odore è?

Ho letto Odore di bimbo di Giovanna Albi.

È stato come trovarsi davanti a un cofanetto di baci Perugina, l’ho aperto e ci ho trovato tantissime veline, piccole e rettangolari, i classici pensieri, motti e aforismi scritti in grafica blu; poi  tanti straccetti di stagnola lacerata avidamente e ogni tanto il prezioso tartufo di cioccolata e scaglie di nocciola. Una goduria!
Ho stirato le piccole striscioline e vi ho letto i suoi pensieri, ho scartato frettolosamente le stagnole accartocciate di azioni ormai compiute per ritrovare ogni tanto il prezioso boccone dolce e profondo di un presente goduto.
Ho vagato nei pensieri di Chiara, attraversato le stanze segrete dei sui castelli in aria, l’ho seguita negli anfratti nascosti dei suoi aneliti, eppure non l’ho mai persa né l’ho mai afferrata.

Ma ritorniamo alla domanda che fa da titolo a questa riflessione: qual è l’odore?
Sì, che odore è quello che senti quando attraversi con la mente la scrittura di Giovanna Albi? Che percezioni ti dà immergerti nella narrazione evocativa del passato di Chiara, dalle mille piccole facce, fugaci e sbiadite, che rimbalzano dall’infanzia alla giovinezza, dall’amore alla famiglia? Chiara, donna poliedrica, presa da mille e mille riflessioni e rincorsa da una miriade di ricordi mentre disperatamente cerca di vivere il suo presente.
Odore di borotalco. Certo! La voglia di ritornare alle origini, al basico del borotalco, unica cosmesi igienico/sanitaria che può carezzare la pelle intonsa di un neonato, l’unico orpello sovrastrutturale che diventa simbolo del genuino, dell’istintivo, del naturale contro la sofisticatissima cosmesi cui oggi si ricorre per vestire pensieri, apparenze e… corpo.

Federico, l’uomo che odora di borotalco, colui che è perché vive, senza i perché di Chiara ma con tutte le risposte per lei. Appare, in una luce nitida, opposto a  tutti gli altri uomini, carichi di ombre, divisi in categorie dal sapore archivistico: uomo Achille, uomo Narciso, uomo Ulisse, uomo Don Abbondio.  C’è un ricorso al passato in queste classificazioni, eh già, come se questo rappresentasse ostentazione di cultura, di dotta dissertazione. Ma non è vero! Solo gli ingenui possono fermarsi a questo stereotipo definitivo. Gli eroi classici o i concetti filosofici sono basici quanto le nostre origini, quanto il borotalco di cui odora Federico… Forse la base ha bisogno di sovrastrutture?  O sono le sovrastrutture ad aver bisogno della base, sempre e comunque?
Pensate  forse che  i supereroi di Marvel siano più semplici degli eroi della mitologia greca? Pensate che la filosofia, da Socrate a Platone, da Kant a Cartesio, sia più sofisticata dei moderni algoritmi scientifico/informatici?
Ma no! Citare Achille per parlare dell’uomo bellicoso e competitivo, citare Ulisse per descrivere il perenne senso dell’avventura, non è esercizio di sofisticazione, è semplicemente professione di semplicità.
Chiara ammira, oltre cha amarlo, invidiarlo, emularlo, il suo uomo, archetipo genuino del maschio, bello ma non consapevole, erotico senza volerlo, gutturale, spontaneo, padrone e schiavo… non è forse l’immagine perfetta dell’amante, compagno, marito che ogni donna costruisce nell’immaginario, per distaccarlo comunque e sempre dalla figura onnipresente del padre? Che incombe a ricordarle, come pater familias, la litania di doveri e  di ancestrali osservanze?

Ricordare è essere ed essere è ricordare, ma vivere?
È complessa la lettura di questo libro, com’è complessa la struttura portante della storia che storia non è, come non lo è la vita se non a posteriori…
Ricordare per analizzare, analizzare per capire e ritrovarsi a non poter più scegliere, perché il flusso del presente di allora è il passato di ora e finisci con il compiere scelte che più non abbisognano, perché l’opzione è già fluita nel tempo che scorre e ti porta via il presente e ti sbatte in faccia, in  ogni momento, il futuro che non è altro che il tuo presente.
Sì, è complessa nella misura in cui non si è disponibili a farsi prendere dal vortice dei pensieri e dalla miriade di riflessioni, analisi e autoanalisi, della protagonista che si rimira nello specchio della sua perenne riflessione, si allena, palestrata e tonica, a ritrovare ragioni e motivazioni, avulsa dal tempo e dalla realtà, mentre l’alter ego invecchia, ma vive e fa figli!

Una continua dicotomia tra l’essere e il vivere, tra il pensare e l’agire. Come se l’una escludesse l’altra. O come metà androgine della stessa sfera, opposte e complementari come loro.
Il fan… foriero di tutte le liberazioni, gesto simbolico che definisce e divina ogni attività che possa annullare le morbose sofisticazioni del pensiero, della riflessione ruminante. Fan… al terapeuta, fan… alla convenzione socialmente accettata, fan… a tutto quello che si consolida, stratifica, e marcisce sopra l’ineffabile  genuinità dell’essere!
Come dire che la revisione marxista si possa risolvere nella più semplice affermazione cristiana: tutti gli uomini sono uguali, senza paradigmi e senza elucubrazioni circolari che riconducano a quello stesso nucleo, quello dell’uguaglianza.

Odore di bimbo ti porta per mano nella scoperta dell’essere e della vita squarciando veli opachi e spargendo luce genuina.
Una sorta di catarsi totale, di esautorazione del pensiero, un panta rei che avanza irrefrenabile trascinando via le scorie di riflessioni postume.
Eppure la memoria di sé si colloca nelle chiavi di lettura di ogni nostra caratteristica,  ma si autodefinisce e si autolimita nel momento in cui tenta di dettare il futuro, si sublima, invece, quando diventa semplice consapevolezza, scevra da ogni tentativo folle di indicare strade che si percorreranno sempre e solo in virtù delle pulsioni interiori…

Forse Platone appare più che mai attuale, se non futurista, quando afferma:
L’anima, dunque, poiché immortale e più volte rinata, avendo veduto il mondo di qua e quello dell’Ade, in una parola tutte quante le cose, non c’è nulla che non abbia appreso. Non v’è, dunque, da stupirsi se può fare riemergere alla mente ciò che prima conosceva della virtù e di tutto il resto. Poiché, d’altra parte, la natura tutta è imparentata con se stessa e l’anima ha tutto appreso, nulla impedisce che l’anima, ricordando (ricordo che gli uomini chiamano apprendimento) una sola cosa, trovi da sé tutte le altre, quando uno sia coraggioso e infaticabile nella ricerca. Sì, cercare ed apprendere sono, nel loro complesso, reminiscenza [anamnesi]! Non dobbiamo dunque affidarci al ragionamento eristico: ci renderebbe pigri ed esso suona dolce solo alle orecchie della gente senza vigore; il nostro, invece, rende operosi e tutti dediti alla ricerca; convinto d’essere nel vero, desidero cercare con te cosa sia virtù. (Platone, Menone, 79e-82b)

Buona lettura!

Ciro Pinto