La fabbrica della coscienza

La fabbrica della Coscienza

Mi chiamo Otan e non sono nato, passo molto del mio tempo (?) con Otrom, che è più avanti di me negli anni o meglio in quegli anni che avrebbe vissuto se fosse nato e che da tempo sarebbero presumibilmente finiti, ma lui non è morto.
Viviamo una non-vita a dire il vero piacevole. Non siamo stressati, anche se non abbiamo mai tempo per niente, diverse incombenze impegnano le nostre giornate eppure non ci stanchiamo.
La vita è fatta da innumerevoli sliding doors, porte scorrevoli dove passi o non passi, Otrom ed io non siamo passati attraverso quella fondamentale, la madre di tutte le porte scorrevoli, cioè quella che ti mette al mondo, e Otrom neppure attraverso quella che ti toglie (dal mondo).
Vivere in questo spazio di cose non successe, nel negativo della vita reale, all’inizio mi portava sconforto, amarezza. Mi sentivo un grumo di potenzialità inespresse, un seme abbandonato che non era riuscito ad attecchire in un centimetro di terra, e il vuoto che avevo dinanzi agli occhi mi terrorizzava.

Fu Otrom a darmi una mano, a farmi capire che la nostra dimensione era popolata da infiniti esseri come noi, e che la nostra esistenza aveva una logica ben precisa e niente affatto effimera.
«Senza di noi non esisterebbero le nostre alternative, capisci che ciò sarebbe davvero disastroso?», mi disse appena mi conobbe, nella semioscurità del nostro sito.
«Non capisco davvero cosa cambierebbe per noi?»
«Cambierebbe tutto. Esisterebbe soltanto il nulla. La prima porta scorrevole dell’universo, quella originaria, si sarebbe aperta e chiusa invano. Comprendi quello che voglio dire?»
«Continuo a non vedere la differenza», risposi piuttosto seccato, la sua ostinazione e la sua ottusa sicumera mi procuravano fastidio.
Ma non aveva torto, non per niente aveva molta più non-vita di me. Pian piano imparai da lui tante cose e così le mie giornate incominciarono a riempirsi sempre di più.
Infatti, dopo pochissimo non-tempo, mi svegliò all’alba e mi disse che era giunto il momento di attivarsi, sì, disse proprio così: attivarsi. Vagammo lungo un sentiero ancora immerso nell’oscurità per un bel po’ fino a quando ci trovammo d’innanzi a un enorme edificio che lui chiamò Stabilimento. Mi disse di seguirlo e varcammo insieme l’entrata. All’interno una moltitudine di nostri simili si dirigeva verso dei loculi che assomigliavano vagamente a un posto di lavoro. Molti di costoro mostravano di conoscere Otrom, qualcuno lo salutava con una certa familiarità e lui di tanto in tanto mi presentava.

Da quel giorno mi reco allo Stabilimento ogni mattina insieme a lui. Nell’edificio ognuno di noi ha la sua piccola postazione: una sedia, un tavolo e un computer. Ognuno di noi è abbinato alla sua alternativa vivente e ogni giorno raccoglie tutte le linee morte, così le chiamiamo, cioè tutte le alternative scartate dal nostro assistito.
Le raccogliamo tutte, sono tantissime, ma non è un lavoro molto duro, perché appunto sono linee morte che, non essendo scelte praticate, non hanno alcuna ramificazione. Le raccogliamo e le archiviamo nel nostro computer; segnaliamo incongruenze, impulsività e tutte le note di commento che l’assistito, cioè il vivente, esprime nelle sue riflessioni.
Il nostro lavoro fondamentale consiste nel creare collegamenti continui, riportiamo sul nostro schermo una maglia fittissima di eventi e non-eventi, come un tessuto a maglia stretta.
Noi creiamo l’archivio delle non-scelte dei nostri alternativi.
I più anziani di noi, come Otrom, lavorano sulla trasmissione genetica di questo tessuto, andando a impattare sugli eredi dei loro esseri alternativi.
Lo stabilimento si chiama Fabbrica della Coscienza e la sua mission è scritta a grosse lettere luminose nell’enorme sala dove ci raccogliamo per il pasto:

NOI SOSTITUIREMO LA CASUALITÀ CON LA COSCIENZA.

Il principio che ispira tutto il nostro progetto è semplice: tutte le scelte non avvengono mai per caso o per impulso, ma sono sempre il frutto della storia, del cumulo di esperienze che i nostri assistiti vivono, e che finiscono con influenzare le loro decisioni anche inconsciamente.
Perciò, lo stesso destino, o il caso, è frutto di un’esperienza endemica collettiva.
Archiviare l’infinita casistica delle porte scorrevoli dei nostri alternativi e trasmettere loro la coscienza di tutto ciò sono la nostra ragione di non-vita.
Un progetto ambiziosissimo ma in molti ci credono e incomincio a farlo anch’io.

L’altra sera, dopo una giornata di lavoro intenso, Otrom mi ha detto che era proprio contento di me a tal punto da farmi una confidenza che ha riacceso la speranza nel mio cuore.
Mi ha rivelato che stava lavorando nei ritagli di tempo a un’ipotesi formidabile: nella trasmissione genetica aveva trovato una strana combinazione che aveva subito attirato la sua attenzione.
Gli occhi gli si sono illuminati: «Se i miei calcoli sono giusti, potrei lavorare a una funzione straordinaria che potrebbe consentire a entrambe le alternative di vivere, contemporaneamente», e rimase a fissarmi per studiare la mia reazione.
«Vuoi dire che potremmo vivere anche noi?»
«Sì, hai capito perfettamente!»
Ci siamo abbracciati e abbiamo riso, quanto abbiamo riso.