It’s wonderful

 It’s wonderful

 

Non ci volevi venire nella mia città.
Mi dicevi che valeva meno di niente, che era la terra di nessuno.
Invece io la desideravo, sentivo ancora sotto i piedi la sabbia del tumuleto dove da ragazzo passavo ore a scrutare le onde o a portare a spasso gli occhi sul mare.
Mi dicevi che questa città non aveva un dialetto tutto suo, e non aveva nemmeno l’assessorato alla Cultura; quest’ultima cosa me la dicevi buttando la testa all’indietro e passandoti una mano nei capelli. Facevi così ogni volta che volevi disprezzarmi, per via della tua laurea, di quel pezzo di carta che tieni nell’orrenda cornice di mogano scuro appesa proprio sopra il nostro letto, al posto del crocefisso.
Ed io passavo le giornate a spilare marmitte e aprire carburatori a Tor di Quinto, mentre il pensiero andava tra i viali regolari e le querce di casa mia, alle pedalate su via del Lido fino alla spiaggia di Capo Portiere.
Qui siamo nella capitale, dicevi. Vuoi che lasci Roma per quella… e non continuavi, mentre a me le vene sulle tempie diventavano gonfie come angurie.
Ma nella capitale, come dici tu, il tuo pezzo di carta valeva meno di zero e la mia tuta unta di grasso e di fatica ci faceva campare tutti e due.

Bè, poi ci sei venuta in quella…
Qui, nella mia città, quel foglio di carta lo hanno accettato.
Ora insegni all’Istituto Tecnico. Ti senti una regina, adesso. Ma sono contento per te. E anche per me, continuo a indossare la mia tuta tutte le mattine, faccio sempre lo stesso lavoro, ma a casa mia. Viviamo al Pantanaccio, tre stanze in affitto, a due passi dai miei vecchi.
Io ci sto bene, tu già sogni una villetta nella zona nuova, al Nascosa.
Va bene, si farà. Io e la mia tuta faremo il possibile, magari con un’officina tutta nostra.
Con te non mi rilasso mai Virginia, però ti amo, ti amo davvero. Sputerei sangue prima di lasciarti andare. La sera mi perdo dentro i tuoi occhi e sento la tua pelle anche senza toccarti.
È sempre stato così.
La notte mi fai impazzire. Ho nelle orecchie le note di Vieni via con me, te la canto mentre ti spogli. Ta, ta, ta, tatatatatà, ta, ta…e il tuo corpo sfuma in mille volute di fumo, e la cicca tra le mie labbra scotta meno di me. La delizia del tuo seno, la linea sinuosa dei tuoi fianchi, e la mia mano scivola giù, sempre più giù e i tuoi occhi diventano felini… It’s wonderful, it’s wonderful, it’s wonderful, good luck my babe…

Oggi, però, non butta bene.
Ho due moto da riparare e invece di darmi da fare sto appresso a una cosa che mi ronza nel cervello.
Prendo i ferri, li poso accanto alla moto, comincio a svitare il primo bullone, e di nuovo quel pensiero mi ronza nella testa come un tafano grosso e fastidioso.
Stamattina, come sempre, ho tostato il pane, ci ho passato il burro, ho preso marmellata e frutta, ho messo su la macchinetta, e, quando il caffè ha cominciato a gorgogliare, come sempre sei apparsa tu con le tue gambe da sogno, i capelli neri che sembrano blu, e le tue labbra sfacciate.
Hai sorseggiato il caffè, con una smorfia hai posato la tazza. Scappo, mi hai detto. E a pranzo non rientro, hai aggiunto.
Sei andata a darti un’ultima ritoccata al tuo bel viso, mentre io ho messo a friggere due uova. Almeno una frittata, ho pensato, visto che mi sarebbe toccato mangiare in officina.
Le uova friccicavano in padella, quando all’improvviso il tuo cellulare si è messo a squillare tra il burro e la marmellata. Sei arrivata di corsa, l’hai agguantato e parlando a bassa voce ti sei allontanata.
Alle due alle Poste, solo questo ho sentito.
Poi sei tornata in cucina, mi hai dato un bacio che pareva congelato e ti sei defilata.
Insomma dove vai a pranzo, perché non torni? ti ho gridato.
Vado con Emma, un po’ di shopping alla boutique nuova, quella che hanno aperto al Corso. Ho appuntamento alle 2 davanti al negozio, e sei scappata.
Ho abbozzato, intanto le uova si sono bruciate.

Sì, stamattina è nata storta. E ora sto a pensare dove sarai tu alle 2 e con chi…
Non ci sto bene con questo tarlo nella mente.
Geronimo è un bravo ragazzo, nonostante la cresta in testa che lo fa sembrare un moicano, e che gli ha fruttato quel nomignolo nel quartiere. Ammicca con la testa quando gli dico che non vado a pranzo a casa, ma mi devo allontanare e non so quando ritornerò. Ci pensa lui alla mamma, così chiamiamo l’officina, mi ha rassicurato.
Prendo la moto e via.
Vado alle Poste. Se sei fuori la boutique, meglio così.
Ci arrivo troppo presto. Mi piazzo di fronte all’edificio di stile futurista, ma che sembra già preistorico.
Non arriverai Virginia, stai andando alla boutique. Comprati una cosa fascinosa, Virgi, che sabato ti porto a ballare.
Il tempo non passa mai, se fosse sempre così, la vita diventerebbe un’eternità.
E invece arrivi, vedo i capelli neri che sembrano blu dondolare per il passo affrettato. Ci cammini bene sui tacchi. Sei uno schianto nella luce del giorno.
Mi accuccio sulla moto, come se volessi posare la testa sul manubrio. Sei di fronte, ma sembri lontana un miglio.
Non mi hai visto, sei un po’ nervosa, cammini in su e in giù, e tutti ti guardano.
Arriva un Suv, tutto nero. Anche i vetri sono oscurati. Si ferma proprio davanti a te.
Mi copre la vista, maledizione! Non ti vedo.
Riparte, e tu non ci sei più.
Cazzo, sei salita sul Suv. Emma non ha un Suv.
Giro la chiave. Ti seguo, Virginia. Corro nella scia del Suv, mentre mille formichine mi salgono su per il corpo e quel tafano mi ronza ormai nel cuore.
Dove vai in quella macchina scura?
Usciamo dal centro, siamo su via del Lido.
Prendete velocità, accelero al massimo.
Ti ho parlato tante volte di questa strada che porta al mare, ogni volta che ci siamo passati. Ti ho raccontato di quando da ragazzino ci andavo con la bicicletta insieme ai miei amici, ma tu sbuffavi, ti annoiavi ad ascoltare delle gite di quattro mocciosi.
A Capo Portiere rallentate, poi deviamo a sinistra. Da destra mi arriva la brezza fredda dal mare che va a smuovere persino le acque fisse del lago di Fogliano che gli sta di fronte.
Ho capito, ce ne andiamo in un luogo appartato. Maledetti!
A Rio Martino costeggiamo le darsene, poi passiamo sul canale e arriviamo sulla strada interrotta
Sulla vecchia litoranea, strozzata dal mare e dalla macchia, non c’è mai nessuno, figuriamoci a Gennaio.
Virginia, il fiato mi si strozza in gola. Come puoi… alle due del pomeriggio?
Il cuore è un tamburo. Lo so, state andando a scopare.
Nonostante il freddo, perline di sudore scivolano sul viso, appannano il vetro del frontalino del mio casco. La testa mi scoppia, la gola è arsa, vorrei bere.
Ci siamo, accostate sotto una vecchia quercia. Mi fermo a una cinquantina di metri da voi. Il tizio spegne il motore, la luce dei fanalini posteriori scompare. Ora siete solo una sagoma nera che si staglia davanti ai miei occhi.
I vetri oscurati non mi permettono di vedere. Ma posso immaginare. Ti starai spogliando. E lui forse ti tocca. Le sue mani cominciano a scendere giù, sempre più giù…
Smonto dalla moto, prendo la chiave delle candele. Non tolgo nemmeno il casco. Avanzo tra gli alberi di lato per non farmi scorgere negli specchietti.
Lo ammazzo e poi ammazzo anche te, urlo. Ma non sembra la mia voce; è come un grugnito animale, terrificante.
Faccio pochi passi, poi un suono cupo e sordo mi fa sobbalzare. Un cane abbaia. Dalla sagoma nera si apre una portiera, il tizio alla guida scende, va dall’altro lato, apre l’altra portiera, e tira fuori qualcosa.
È una persona. La lascia a terra, sul ciglio della strada.
Risale. Wrong, wrong, sento l’accensione, poi il Suv sgomma e parte a tutta velocità.
Nel casco la mia voce urla: Virginia, Virginia, che ti ha fatto?
Ma non sei tu.
Ha la faccia squarciata, da un’orbita sgorga sangue che affonda nel terreno. Il naso è affossato nel viso maciullato, insieme al labbro superiore. Solo il mento è rimasto intatto. Sembra un’enorme bocca che arriva fino alla fronte e dentro c’è una poltiglia di carne, sangue, ossa e denti.
Mi prende il vomito, mi ripiego su me stesso. Resisto.
Non sei tu.
È un uomo. La pelle delle mani è olivastra, non sembra uno di qui, sarà uno straniero o uno zingaro da come è vestito.
Mi allontano, pochi passi, il tempo di togliere il casco, e do di stomaco. Sulla strada non c’è un’anima. Solo noi: io, il disgraziato a cui avete sparato in faccia, e il cane, che ha smesso di abbaiare. Ora sguazza nel mio vomito.

Chissà ora dove siete. Io sono venuto qui, sulle dune. Sto davanti al mare. Il vento mi schiaffeggia come se volesse scuotermi dal torpore che mi ha preso. Come se volesse svegliarmi da questo incubo.
Tu non volevi venirci in questa città.
Ho sopportato la tua aria sprezzante, le tue cattiverie sulla mia città.
Ma ti amo, Virginia.
E invece tu chi sei? A chi cazzo mi sono legato così tanto da non accorgermi nemmeno dei lacci con cui mi manovri chissà da quando?
Sono finito in un pozzo nero, nero come quel Suv dove sei salita e dove avete straziato la faccia di quell’uomo.
Stille di odio mi trafiggono il torace, mi bucano il cervello, e provo solo pietà per me stesso. Alla fine, sono soltanto un povero cristo di provincia che era tornato nella sua città per viverci con te, e magari farci un figlio, con te, che ora sei un’anima nera, più nera del Suv.
Chips, chips, du du du du du… questo mi rigira nella mente, solo questo, mentre come un profugo stremato e senza speranza torno a casa, sulla mia vecchia moto che è più triste di me.

Sei in cucina, la tua chioma nera che sembra blu ha dei riflessi sinistri nell’aria grigia di questo pomeriggio maledetto. Stai dando lo smalto alle unghie: rosso scarlatto.
Mi riprende la nausea mentre rivedo quel sangue sgorgare dall’orbita.
Chi sei, Virginia? Una criminale col pezzo di carta? Una puttana? O sei stata soggiogata dal tizio del Suv…
Chi sei?
Non riesco a fare niente. Tu sei lì, mi hai fatto solo un cenno. Poi ti sei chiesta come mai fossi già a casa. E allora me lo hai domandato, allo stesso modo e con la stessa voce con cui mi chiedi di passarti il sale quando siamo a tavola.
Io ho farfugliato parole senza senso che tu nemmeno hai ascoltato.
Poi mi sono fatto forza e ti ho chiesto se hai comprato qualcosa alla boutique con Emma. Niente, mi hai risposto. Hai un’espressione di bambina imbronciata quando ti concentri su quello che fai. Ora stai soffiando sulle unghie perché lo smalto si secchi prima.
Cazzo, avete massacrato un uomo e tu soffi sullo smalto?
Non ce l’ho fatta. Con chi eri su quel Suv nero? ti ho gridato in faccia, ma tu sei imperturbabile.
Di che parli? sembri davvero stupita.
Tu sei un mostro, ma non mi freghi, ti dico che devi rispondere, e cercare di rispondere a tono.
Sei stata tu a sparare? ti ho chiesto senza lasciarti scampo.
Mi dici che sono fuori di testa. Che dico cose assurde. Che non mi sopporti più.
Perdo il controllo, ti prendo a schiaffi, una, due, tre volte.
Nei tuoi occhi sgranati dalla sorpresa si affaccia la rabbia, il sangue ti cola da un labbro, cerchi di reagire, mi lanci il posacenere, e cominci a dire che sono impazzito.
Sei un’assassina, ho gridato.
Scoppi a ridere, una risata isterica, mentre mi lanci tutto quello che hai a portata di mano.
Mi avvento su di te, ti colpisco ancora, mentre piango di rabbia e di dolore. Poi cadi, batti la testa e resti lì, muta.
Virginia, tu non ti muovi, non rispondi…
Virginia, Virginia, amore mio, Virginia, rispondi! Ma tu non respiri più.

Il soffitto ha delle macchie di umido così grigie che sembrano nuvole cariche di pioggia.
La cella è piccola; di fronte al mio letto c’è uno che canticchia in continuazione. Lo hanno beccato a spacciare. Un tipo surreale. Ogni tanto mi guarda con gli occhi allucinati e mi rifila sempre la stessa domanda: La sai questa? E riprende a canticchiare.
Virginia, io penso che impazzirò.
Ho confessato tutto, che ti ho seguita e che poi ti ho picchiata. Ho detto al maresciallo che non volevo ucciderti. Sei caduta e la tua bella nuca si è spaccata. Gli ho detto del Suv e dell’uomo con la pelle scura con la faccia spappolata.
Mi hanno arrestato.
Poi hanno controllato tutto. Il cadavere era lì. Il Suv era rubato, lo hanno ritrovato al lato opposto, a Foce Verde.
Hanno parlato con Emma.
Perché non me lo hai detto, Virginia, che prima di vedervi alla boutique, vi siete incontrate alle Poste? Che Emma doveva ritirare un pacco, e tu sei entrata dentro con lei. Perché non me lo hai detto?
Tu non eri nel Suv, non ci sei mai salita su quel maledetto Suv, amore mio.
Emma, la proprietaria della boutique e due commesse giurano che eri lì. Hai provato dei vestiti, ma non hai preso nulla. Troppo costosi, hai detto.
Il mio vecchio stamattina è venuto a trovarmi, la mia vecchia, no. Non ce la fa. Mio padre mi ha detto che hanno chiuso l’indagine. Qualcuno nel giro ha parlato. Hanno beccato l’autista che poi ha accusato il compare.
Mi ha mostrato il giornale stropicciato che stringeva tra le mani. Mi ha detto che riportava tutto nei minimi dettagli.
L’ho letto tutto di un fiato.
Erano in tre nel Suv, due del clan che controlla la Pontina e uno zingaro che creava rogne. L’autista ha dichiarato che il compare non gli aveva detto delle sue intenzioni, cioè che voleva fare secco lo zingaro. Giravano in tondo per la città, i toni si alzavano, stava diventando una brutta faccenda. Lui dice che si è fermato davanti alle Poste, che ha detto loro di farla finita, che una rissa in macchina in pieno giorno era una cosa che non andava. Il compare aveva sorriso, e anche lo zingaro. E hanno deciso di andare sulla litoranea.
Mi è rimasta inchiodata in testa la disperazione del viso di mio padre.

Quelle macchie di umido mi entrano negli occhi, ma non riesco a fare altro che a fissare il soffitto.
Non posso vivere senza di te, Virginia. Penso che impazzirò.
Il tipo surreale canticchia.
Poi mi chiama e mi fa: la sai questa?
Vieni via con me, ta ta…
Impazzirò, Virginia.

Ciro Pinto