Il problema di Ivana, recensione della Prof.ssa Anna Maria Vitale

1922041_10203426867978975_1555421254_nAlcune note a margine della lettura.
della Prof.ssa Anna Maria Vitale
Laboratorio di Scrittura e di Lettura
Porto d’Ascoli

È chiaro nel suo significato lo scritto che introduce alla lettura del libro: “le vicende narrate non hanno alcun riferimento con la realtà”, ma si può dire fino a che punto la scrittura non realizzi la vita nella sua verità? Tanto più che materia del racconto è proprio la vita con le sue pulsioni, con la sua sofferenza, con i suoi valori…

E sempre, la scena che si presenta allo sguardo sa di reale, ha la concretezza della vita che si svolge, il movimento che la fluidità del discorso riesce a rappresentare, il colore, la sonorità, la musicalità delle antiche nenie… e la luce gioca il suo ruolo rifrangendo le immagini in nuovi spessori, creando nuove prospettive.

Il paesaggio si scopre a poco a poco, le cose emergono in una sorta di epifania della natura. Ed è ancora il movimento a suggerire lo spazio, a creare le distanze.

La scena si costruisce gradualmente, e gradatamente, attraverso il movimento delle parole, il suono delle voci, i personaggi prendono vita, diventano veri.

Semplicità di espressione (il linguaggio, pur nella varietà dei registri linguistici, è sempre piano, essenziale nella sua formulazione) e verità sono gli elementi connotativi della scrittura di Pinto.

“Un luogo di verità si apriva dalla nebbia…”

Il paesino di Cetona, nel Senese, non solo fa da sfondo alla vicenda, ma diventa simbolo di un’esistenza che trae dalla primordialità della terra la sua essenza.

E la ricerca di uno spazio e di un tempo antico sono forse soluzioni di un problema, il problema di Ivana appunto, che trova in questa forma il suo essere.

Un problema che si presenta reale, quindi, così come è reale la figura di Ivana, una donna forte, “in lei riponevo le mie speranze…”

Certamente la donna assume un ruolo di centralità nel romanzo:

ha la funzione di elemento magico che catalizza le vicende, crea e motiva le consequenzialità dei fatti, fa nascere attorno a sé il racconto.

L’intreccio si colora di suspense. Le sequenze narrative, sapientemente modulate, creano colpi di scena, trapassi rapidi di situazioni. La narrazione si interrompe e la vicenda cede luogo ad un’altra, e ad un’altra ancora, fino a che il quadro non si è definito nella sua completezza e non conseguano i personaggi una loro visibilità a tutto tondo e, insieme, una caratterizzazione psicologica vera.

Una “scena” affiora alla memoria. Vi compaiono, come tratte dal buio dell’inconscio, delle figure.

Interviene a poco a poco la consapevolezza e restituisce le dimensioni.

L’immagine mentale diviene immagine visuale. Le figure acquistano corporeità.

Un quadro, il mistero di una stampa, un brivido, un’emozione…

E Ivana una psiche turbata da un’immaginazione torbida… c’è il tremore della sofferenza e al tempo stesso attrae la ricerca del perché del male.

È condotta con sapienza l’analisi della psiche femminile, così come emerge, nella verità delle emozioni l’esplosione del buio dell’anima “dove ogni pensiero si bloccava all’origine”.

Il passato affiora e si intreccia al presente e di questo costituisce la proiezione nella dimensione delle verticalità. Ne nasce una condizione di vertigine, di angoscia, perché il passato non è più passato quando è vivo tanto da alternarsi al presente e il presente non è più presente quando in esso forte si esprime il passato. Ed è il terreno della suspense.

Solo in fine la nebbia si dirada e il problema di Ivana si apre alla comprensione, ma fino a quel momento rapida la scrittura avvolge le situazioni né cede campo alla chiarezza e gioca fornendo immagini illusorie alla fantasia del lettore.

Ivana è creatura dell’immaginazione, è il personaggio protagonista della storia che è narrata, e assume la fisionomia di problema, all’interno di un’altra storia: e di quest’ultima il protagonista, lo scrittore Andrea Torreggiani, fissa sulla pagina la sofferenza e la verità.

Un racconto nel racconto (vite parallele), e l’abilità dell’Autore è consistita nel non rivelare le strutture illusorie della narrazione se non in fine, creando così una condizione continua di suspense e arricchendo l’intreccio di molteplici prospettive. Quelle che si aprono nel momento in cui la realtà è osservata dal punto di vista di Ivana e, d’altra parte, quelle che prendono vita dall’angolo visuale in cui si pone lo scrittore Torreggiani che del personaggio di Ivana è l’artefice.

Uno scrittore tanto coinvolto da non poter dare a quella storia autonomia, tanto attratto dalla personalità forte della donna da non sapere creare una condizione di distacco.

La scrittura rende visibile la materia del racconto, ci offre odori, sapori, ci fa toccare con mano: come ci apre paesaggi  e colora ambienti, così anche ci fa vedere la terra come ponos, come fatica legata al lavoro rurale; come fa trapelare sensazioni, sentimenti, così rende viva la sensualità del contatto d’amore, e fa vibrare di emozioni; come disegna e realizza ambienti, così dà vita a figure che di quegli ambienti sono parte integrante e necessaria. Una scrittura dai contorni netti, concisi, eppure anche si dilata in forme di sapore espressionistico quando viene dato spazio ad immagini dell’inconscio.

Il momento del sogno: “grosse pietre si staccavano dal maniero e macigni del monte impietosamente rotolavano sui fianchi ormai sconnessi… fino a che un boato spaventoso ci atterrì…: un liquido copioso, infinito, denso fuoriuscì dal capezzolo del seno violato e ci invase trascinandoci tutti a valle, gialli e neri galleggiavamo nel latte denso che occupava ogni cosa.”

Una scrittura che fa sì che l’ambiente si informi della sofferenza degli uomini “il camino spento era inerte come tutta la famiglia Realdon…”.

Una scrittura che sa far parlare il cuore laddove c’è manifesta la pena del vivere.

Le leggi dure del mercato, il dramma della disoccupazione, il dolore del licenziamento, il guasto dei disordini, le brutture della violenza sono materia viva del romanzo.

E tuttavia, i valori della famiglia, la fede nella vita, l’attaccamento alla terra e al lavoro dei padri, la dignità che si conquista con l’adempimento del dovere, la saggezza, la consapevolezza del valore delle libertà e della non violenza emergono forti e danno spessore.

“i veri agi erano quelli che solo un pensiero libero ti può regalare…”

“l’arrivo è una conseguenza, non l’obiettivo…”

“le gratificazioni erano quelle che si provano nella serenità di aver fatto quello che si vuole nel rispetto della giustezza delle cose…”

“Avevo già scritto qualche racconto in passato ma mai nessuno al termine della storia mi aveva lasciato inerte come quella volta.”

“Ero veramente solo…”

Resta il dubbio se sia Andrea Torreggiani a parlare o l’uomo, chiunque di noi, quando gli venga meno la continuità della strada intrapresa e tutto frani attorno. È proprio allora, quando ci si avvolge stancamente nel labirinto delle scelte possibili, che subentra la consapevolezza che la via sicuramente aperta è la vita stessa “qualunque essa fosse da vivere”.

“Ed io? A me toccava vivere…”

Ed è questa riflessione, certamente amara, ma ricca di quello spessore umano che è certamente da riconoscere all’Autore, a segnare la conclusione del romanzo.

 

Prof.ssa Anna Maria Vitali