Il cambiavalute sul Mattino di Salerno

Il cambiavalute

Pag. 32 del Mattino di Salerno del 7 Maggio 2020

Le polveri sottili sono state divorate dal virus, le ciminiere delle fabbriche sono asciutte, le botteghe si nascondono dietro le serrande di metallo o i vetri oscurati anti sfondamento. Le ruote delle auto mettono radici di gomma nell’asfalto o nei pavimenti dei garage. Militari e poliziotti si aggirano come flâneurs, si guardano intorno, sembrano turisti, ma non provano la stessa emozione.

Qualche altro umano appare di tanto in tanto nascosto da un passamontagna, una sciarpa o una preziosa mascherina. Ognuno aggrappato a una busta per la spesa o a un cane compiacente. E tutti gli altri rinchiusi in casa in un’anacorèsi permanente, snervante.

Bè, non è facile starsene da soli, segregati in casa per giorni e giorni, finisce che incominci a guardarti dentro e non è un bell’affare. Scavi scavi e non trovi che le stupide bugie e le favolette ridicole che ti sei raccontato ogni giorno, nella tua vita di prima. Intanto il virus fuori spadroneggia, e tu hai armato l’attesa, ma spari a salve, mentre qualcuno brucia a fuoco lento le cornici che avevi disegnato per i fottutissimi giorni, mesi, anni, che ti restano da vivere.

Stufo, ormai, questa mattina ho lasciato la tv accesa con la sua litania di numeri, statistiche e previsioni, il letto sfatto e il portafogli tra il vasetto della marmellata e le fette biscottate, fame non ne avevo, e sono andato dal cambiavalute.
Sono riuscito ad arrivare fino al suo negozio con qualche stratagemma, tipo un carrello della spesa che ho trascinato con una cura amorevole, quasi fosse un tesoro. Ho incrociato nell’ordine due della Polizia Municipale, un quartetto dell’Esercito e un’auto dei Carabinieri che avanzava lentamente facendo un rumore strano sui vasoli della zona pedonale, una sorte di plaff plaff plaff.

Il cambiavalute è un vecchietto strabico, con un occhio ti guarda e con l’altro punta il cielo, come se avesse con lui una certa confidenza. Ha quasi novant’anni, ma è ancora sulla breccia. I capelli gli scendono lungo le tempie, gonfi e bianchi, mentre il cocuzzolo del cranio è lucido come la cupola del Michelangelo.
Il suo ufficio è un bugigattolo, un piccolo banco in fondo, due sedie e qualche stampa alle pareti.
Devo aspettare, prima di me c’è un donnone di mezz’età, se ne sta un po’ distante dal vetro che si alza davanti al banco. Sopra la mascherina i suoi occhi vispi si guardano intorno, ha le mani in grembo, ché di questi tempi meglio non toccare niente, e aspetta che il vecchietto faccia i suoi conti e le dia il giusto.
Quando ha finito, si volta, si accorge della mia presenza, fa una curva larga per starsene a distanza e se ne va.
Mi avvicino e non so da dove iniziare. Dovrei dirgli che gli ho portato mille ricordi del mio mondo di prima e una struggente nostalgia. Ma in cambio non so cosa chiedere. La vita passata ormai è svalutata. Su un cartellone il fixing non è nemmeno indicato. No Value, appare a fianco come una sentenza inappellabile. E per la vita che sarà, sempre sul cartellone, ci sono tre puntini rossi che lampeggiano. Nessuno sa la quotazione che ne uscirà.
«Insomma, giovanotto, si sbrighi a chiedere o liberi la fila», mi fa con la voce burbera.
In verità dietro di me non c’è anima viva. Comunque sentirmi chiamare giovanotto alla mia età me lo ha reso subito simpatico.
«Guardi, io…»
«Allora?»
Sulla parete dietro la sua testa c’è una stampa in bianco e nero, più precisamente color seppia, si vede una spiaggia dove uomini in divisa strisciano sulla sabbia, tenendo un fucile spianato davanti alla faccia. Sul mare dietro di loro mezzi anfibi vomitano altri uomini, che avanzano sballottolando l’acqua con i loro scarponi.
«Cos’è?» gli chiedo indicandogli la stampa.
Mi guarda spazientito, poi rassegnato si gira a seguire la direzione del mio indice, tentenna la testa, si rigira verso di me.
«La Piana del Sele. A pochi chilometri dalla nostra città. È lo sbarco degli alleati, nel ’43.»
Non riuscivo a distogliere lo sguardo dalla tela, mentre lui mi diceva che aveva dieci anni a quel tempo, e che dopo Salerno era rinata e gli anni erano volati.
«Allora fu peggio di adesso?» gli chiedo quasi senza rendermene conto.
«Non saprei. Fu dura, però.»
Mi guarda fisso con l’unico occhio che può comandare, l’altro sempre rivolto in alto. Poi capisce, m’incarta qualcosa in un foglio di giornale.
«Io posso pagare soltanto con questo», tiro fuori dal carrello della spesa una racchetta da tennis in materiale ultraleggero, un vestito griffato, l’ultimo modello di IPhone.
«Pensa di poterne fare a meno?»
«Penso… Spero di sì.»
Prende le mie cose e mi passa il suo pacchetto.
Lo apro. È la stampa, la stessa stampa che è appesa alla parete, in formato cartolina. La giro. Dietro c’è una dedica. Sono tornato dall’America per liberare te e tua mamma, perché per ogni tragedia c’è una fine.
«Suo padre?»
Non risponde, però mi fa un sorriso. O almeno così sembra, siccome la mascherina gli nasconde la bocca.

Ciro Pinto