Il bosniaco e la bambina

Il bosniaco e la bambina

Una bambina minuta entrò nella stanza. Indossava un vestitino bianco e sopra un golfino di lana viola. Aveva con sé un grosso zaino. Sua madre interruppe la conversazione, le si avvicinò, la prese per mano e la condusse da lui.
Non era facile ma lo fece.
Lui disse soltanto una parola: Andiamo.
L’abbracciò per rassicurarla, e la portò via.

Fuori era notte.
La jeep scura era davanti alla casa, lui  sollevò la bambina e la fece sedere accanto al posto di guida, poi girò intorno all’auto, sistemò lo zaino nel cofano,  salì e mise in moto. La donna nel buio ebbe un tremito, poi risoluta rientrò in casa.
Qualche nuvola copriva la luna, la luce era fioca, ma la bambina poteva scorgere il viso dell’uomo. Aveva una barba scura che gli ricopriva il mento, i capelli radi, e la mano sul volante era grande, con una cicatrice sul dorso, lunga dal polso all’indice.
L’auto avanzava spedita sulla strada asfaltata, poi prese un sentiero tra i campi. Il tragitto era lungo, la bambina dopo un po’ chiuse gli occhi. Jansui, il bosniaco, aveva ogni tanto un leggero cedimento, le palpebre si abbassavano, ma poi sobbalzava, si strofinava gli occhi e li spalancava. Non dormiva da due giorni. Ogni tanto bestemmiava sottovoce, oppure cantava vecchie canzoni con la voce ispirata, come facevano i vecchi del suo paese.
Era stato a Sarajevo che aveva imparato a tenersi sveglio, era lì che aveva dominato il sonno, nonostante tutte le nenie del mondo gli soffiassero nelle orecchie e cuscini morbidi e tondi gli apparissero dinanzi agli occhi. Un cecchino non ha la possibilità di chiudere gli occhi, almeno non entrambi, se non vuole crepare.
Diede uno sguardo di sottecchi alla piccola Chiara, il nome era quello, sua madre glielo aveva detto e lo aveva anche supplicato che le mantenessero almeno il nome. Ma lui non le aveva promesso niente.
Intanto il percorso diventava più rischioso. Al primo villaggio avrebbe dovuto deviare per fermarsi ai limiti del bosco e riposare. Due villaggi, due giorni, e l’avrebbe consegnata a qualcuno che l’aspettava e l’avrebbe portata da qualcun altro a Tirana.
La bambina aveva sul viso una smorfia e tremava per il freddo. Appena fermata la jeep per una sosta, Jansui prese un plaid e la coprì.
Sua madre aveva pagato mille dollari per quel servizio e non aveva pianto quando erano partiti, anzi pareva sollevata. Jansui tastò il denaro cucito nella fodera del giubbotto. Per mille dollari quella bambina si sarebbe salvata, e lui avrebbe continuato ad ammonticchiare soldi. Appena ne avrebbe racimolati abbastanza sarebbe andato via da ogni zolla di terra dei Balcani, in qualunque angolo del Continente o in America o anche in culo al mondo.
Non aveva pianto la donna, tanto di lacrime non ne servivano. In quella terra le lacrime non si trovavano nemmeno al mercato nero. I Serbi avevano aggredito la sua casa e massacrato la sua famiglia. Aveva perso il marito e due figli. A che sarebbero servite le lacrime?
Ormai i Serbi facevano così in tutto il Kossovo, arrivavano nelle case, ubriachi e senza pietà, e ammazzavano, squarciavano.
Che si salvasse almeno lei, gli aveva detto, dalla furia di quei porci. Lui aveva abbassato la testa senza dire una parola. Le parole erano morte tanto tempo prima.
La donna e sua figlia si erano salvate, perché non erano in casa. Ma in paese si era saputo. Qualcuno avrebbe incominciato a parlare e sarebbero tornati. Aveva deciso che era meglio scappare, ma i soldi non erano abbastanza per entrambe. Potevano servire soltanto per salvare Chiara. Lei sarebbe rimasta, che venissero a prenderla. Avrebbe sbottonato la camicia e alzato la gonna sopra le ginocchia. E poi, quando si fossero avventati su di lei, avrebbe staccato la spoletta di quella granata che teneva in cucina proprio per loro.
Jansui aveva pensato di portare via anche lei, i soldi potevano bastare, ma non aveva aperto bocca. Anche la pietà era morta in quella terra.

Chiara accanto a lui era silenziosa. Nei suoi occhi la vita si era nascosta dentro quella scena.

Tornavano a casa, lei e sua madre, sorridenti, perché avevano una busta con il pane. Una donna si era impietosita e lo aveva preso per loro al negozio dei Serbi. Faremo i peperoni ripieni, ora che finalmente abbiamo il pane? Sì, Chiara, e tu mi darai una mano.
Poi entrarono in casa. Sua madre iniziò a gridare e le mise una mano sugli occhi, così forte da farle male. Ma lei si divincolò e poté vedere tutto.
Suo padre aveva la testa schiacciata a terra come se un gigante l’avesse calpestata con un piede. Aina era più in là, accanto al televisore. Aveva gli occhi chiusi e il suo vestito rosa era diventato rosso per il sangue che l’era colato dalla gola squarciata. Aveva tanto sangue anche sulle cosce. Aina la pettinava la mattina e le prometteva che quando avrebbe avuto la sua età quel vestito sarebbe passato a lei. Non voglio un vestito usato. E allora te ne compreremo uno nuovo, le diceva mentre districava i suoi capelli arruffati. Più in là c’era Borin, gli occhi sbarrati guardavano il soffitto. Dal petto sporgeva il manico di un grosso coltello. Voleva fare il calciatore, Borin. Era bravo, il più bravo di tutti.

Jansui guidava restando immobile, poteva resistere così per giorni, come quando era rimasto nascosto in un grosso cespuglio, ferito alle gambe, con un laccio stretto ad una e la cinghia dei suoi pantaloni a serrare l’altra. Aveva sentito il sangue lentamente uscire dalle ferite, ma non poteva spostarsi, non poteva fare il minimo rumore. Chi gli aveva sparato aspettava solo di finirlo.
Una notte intera dietro quel cespuglio, con il fucile stretto al petto, incastrato tra i rovi che gli laceravano la pelle, il busto riverso sullo sterco e i topi a girargli intorno. Gli mordevano il viso e le gambe, attirati dal sangue. Un topo, di quelli più grossi, si era sistemato sulla mano destra e aveva incominciato a rosicchiarne il dorso. Aveva stretto i denti, aveva cercato di scacciarlo o di tramortirlo senza fare rumore, ma non c’era riuscito. Dell’altro sentiva il respiro che pareva quasi un rantolo. Era vicino, troppo vicino. Aveva cercato di scorgerlo nel buio, ma era un’ombra tra le ombre. Sparare per primo sarebbe stato un rischio, se lo avesse mancato, si sarebbe fatto scoprire.
Poi arrivarono, lo salvarono.

La notte fremeva leggera, il verso dei gufi e l’odore delle conifere facevano compagnia. La jeep avanzava spedita tagliando il buio con la luce giallognola dei suoi fari.
Il respiro della bambina divenne aspro. Jansui si voltò a guardarla, tremava e si stringeva nelle braccia. Accostò e spense il motore. Le passò la mano sul viso, pulì il muco che le colava dal naso e la saliva che sbucava dalla bocca socchiusa. Posò la mano sulla fronte, scottava. Le sistemò meglio la coperta.
Gli venne voglia di fumare, scese dalla jeep e accese una cicca. Le montagne intorno a lui si confondevano col cielo. La luna era sparita del tutto. Tirò dalla cicca come un disperato. Avrei dovuto portarmi la donna. Ci saremmo fatti compagnia. In fondo, con i morti che mi pesano sulle spalle, non chiedo molto. Soltanto un po’ di pace, un’isola che mi chiuda il mondo attorno, una barchetta di legno per allontanarmi il tempo di uno sputo. E forse quella donna. Gli occhi neri come bottoni di lutto, i capelli folti e ribelli. Avrei dovuto portarla con me. Rientrò in auto, Chiara dormiva un sonno tormentato, emetteva dei gemiti e tremava.
Rimise in moto.
La bambina si svegliò ai primi sobbalzi dell’auto sui fossi scavati dai colpi di mortaio che riempivano il nuovo sentiero. Sentì la morsa che le stringeva lo stomaco, il vomito salirle fino in gola. Resistette, lo ributtò giù e richiuse gli occhi.
<Dormi?> le chiese.
Chiara si spostò, aprì la bocca ma la voce non le uscì. Restò muta a guardarlo.
<Bè, pensavo che forse dovremmo tornare a riprendere tua madre.>
<Non ha i soldi anche per lei>, rispose con la voce stridula nella gola tormentata dai conati di vomito. <E poi perché lo faresti? Cosa ci guadagni?>
Jansui non rispose. Già, perché? pensò, e riprese a concentrarsi soltanto sulla guida.

Il buio sfumava pian piano e le montagne intorno a loro si riappropriarono delle cime, dei fianchi. Dominavano la lunga linea di terra che s’incuneava ai loro piedi. La jeep nera procedeva guardinga come uno scarafaggio sorpreso dalla luce del giorno. Jansui aveva bisogno di un caffè, di un caffè turco magari, che gli riscaldasse le budella e gli rinfrescasse la mente.
<Un altro giorno e arriveremo. Dove andrai a stare c’è buona gente. Potrai dimenticare.>
<Io non voglio dimenticare.>
<Devi, altrimenti tutto questo è inutile. Tua madre vuole che tu diventi una donna. Potrai avere una vita diversa.>
<…>
<Mi hai sentito?>
La bambina aveva di nuovo gli occhi chiusi.
Bè, avrebbe dimenticato. Forse. Lui aveva dimenticato, aveva voltato pagina. Una guerra è una guerra. Se sopravvivi devi dimenticarla sennò è meglio che crepi sotto una bomba o squartato da una raffica di mitra.

Jansui aveva fermato la jeep per far raffreddare il motore.
<Scendi!>
Si voltò verso la bambina, la voce non era sembrata la sua. Aveva una granata nella mano, la teneva come si tiene una lattina di coca.
<Che ti prende?>
<Stacco la spoletta, ora. Scendi!>
<Ferma.>
La mano di Chiara tirò via la spoletta.
Jansui iniziò a contare: 1… ma non si mosse 2… gli veniva da piangere… 3… abbracciò la piccola fino a farle male.
L’esplosione rimbombò tra i fianchi delle montagne. Una lingua di fuoco salì in alto come una preghiera.
Jansui il bosniaco e la bambina ora avrebbero potuto dimenticare.