Donna violata. Racconto dedicato alle donne, contro ogni violenza!

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Il suo corpo era inanimato, freddo e composto, come un oggetto. Cercò di girare il collo, ma lo sforzo le parve sovrumano, allora limitò al minimo i movimenti, così riduceva la fatica e le sembrava di bloccare il tempo. Girando al massimo gli occhi riuscì a guardare fuori, tra le tende accostate rivide la notte tiepida, ritmata dal lento movimento della risacca, giù  in spiaggia.
Riprese a fissare il soffitto.
Tirò una lunga boccata d’aria e l’odore nauseabondo di quell’uomo, che le era rimasto addosso, le penetrò violentemente nelle narici. Pianse sommessamente.
Era rimasta così immobile, senza nemmeno avere il coraggio di sfiorare il suo corpo inerte, nemmeno una volta. Ma come aveva avuto tanto odio da ridurla così? Quale brutalità o disegno malvagio lo aveva portato a ridurla così?
Pensò alle donne, a tutte le donne, a quando cercavano di farsi belle, quando compravano un vestito, qualcosa di carino e intrigante, che le catturava per un accenno erotico, per una insperata sottolineatura del corpo. Alla  loro voglia di vivere, alle lotte mai vinte e sempre combattute, ai loro seni materni, ai baci donati e negati, ai loro pianti e ai sorrisi accennati.
Pensò anche a tutte quelle donne manipolate, a prima che per loro la vita diventasse un film, dove tutti ti guardano e bisogna essere sempre pronte e perfette, dove non conta più la vita ma la sua recita.
Pensò a se stessa, a prima, a quando le piaceva uscire sul tardi, in qualunque posto del mondo, nella notte calda e benevola, tra le stradine intasate delle città andaluse seguendo il fiume della movida o inerpicandosi nei vicoli odorosi dell’isola caprese tra bar e taverne, oppure vagando nell’ampiezza ignota della piazza della laguna riascoltando il fruscio delle sete orientali, aprendo gli scrigni di gioie di mondi lontani. A quando, vagando per le strade del mondo, poteva sentire il brusio incessante e le grida di richiamo dei mercanti di Tunisi o di Istanbul, che le offrivano sete e monili.
Le sovvennero le nenie tristi delle donne dei pescatori ciprioti, in un pomeriggio rosso di tramonto di un tardo autunno, nelle spiagge  desolate, tra povere barche attrezzate per la pesca davanti a un mare azzurro e  inclemente che ancora non restituiva i loro uomini.

Quell’uomo aveva distrutto tutto, le aveva straziato il corpo e la mente!
La cornice del mare, del suo mare, dei palmizi che lo costeggiavano, del glicine che delicatamente ricopriva le pareti dei terrazzi, s’era dissolta.
Ricordò  la scena di poco prima, di lei con il suo ospite, lì, su un terrazzo in riva al mare.
La costa era illuminata e la brezza leggera liberava l’aria e faceva arrivare lo sguardo fino all’isola lontana. A lei i capelli brillavano quella sera, perché le luci del terrazzo erano ben disposte con lei e la notte era vicina. Sentiva gli effluvi venire su dalle stradine del villaggio, gli oli profumati spalmati sulle pelli arse dal sole, gli odori d’acero della boutique orientale e gli aromi caldi che provenivano dalle taverne che luccicavano laggiù sul molo. Tra poco l’ avrebbero raggiunta sul terrazzo per invitarla, per sollevarla dalla sedia e spingerla tra le braccia di quell’ospite affascinante. Era perfetto: il fresco di una notte d’ estate, su una costa splendida del Tirreno, con i profumi del mondo che vagavano tra le stradine infiorate delle isole del Mediterraneo, del suo mare.

Uno sguardo più lungo, un approccio delicato. Aveva accettato quell’invito e aveva sognato.
Ma quell’uomo non capì  o non ebbe voglia di capire, smontò la scena, i suoi occhi divennero famelici, le sue mani violente. Lo pregò, lo scongiurò. Cercò di liberarsi della sua stretta, cercò di ribellarsi. Il suo vestitino, scelto con cura, stracciato, il suo corpo frugato, violato.
Cercò, scivolando con la mente nelle pieghe più nascoste di quell’avvenimento, di scoprire qualcosa, un indizio, un dettaglio che potessero spiegare la furia di quel demone. Provò un senso d’inquietudine,  una sottile colpa, addirittura vergogna!
Il profumo che aveva spruzzato nell’incavo del collo, il mascara che delineava il suo sguardo e lo aveva reso luminoso…Non avrebbe dovuto farsi bella, non avrebbe dovuto, pensò.

Poi, d’improvviso, provò un senso di rabbia immane che le fece sussultare il petto e gemere di sofferenza.
Il corpo era immobile, quella donna e tutte le donne che erano in lei non riuscivano più a muoversi, ma dentro montava, montava l’indignazione!

Ciro Pinto