Dietro la porta

Eiffel Tower in Spring

Dietro la porta

Fecero colazione in un bistrot sotto i portici di lato all’Opéra. Mangiarono croissant spalmati di confettura di mirtilli, fragole fredde di frigo e bevvero caffè nero.
Avenue de l’Opéra stentava a svegliarsi quella mattina, come tutta la città, il sole incominciava a sciogliere l’aria e l’afa impigriva persino lo sguardo.
Akram spinse la sedia all’indietro, accavallò le gambe e volse lo sguardo lontano, verso un punto indefinito fino a quando non socchiuse gli occhi e distese le spalle.
«Gran caldo, vero?», mormorò Daniel dopo l’ultimo sorso di caffè e tanta voglia di domande.
«Sì, gran caldo», si limitò a rispondere Akram, senza riuscire ad aggiungere altro. Perché gli costava tanto parlare? Sin da piccolo sua zia gli diceva che per conoscere bisogna guardare, per capire bisogna ascoltare, ma per vivere bisogna parlare. E tu, Akram, parli così poco, piccolo mio!, sbuffava sempre alla fine con un tocco di rimpianto.
Dinanzi a sé vedeva in lontananza i giardini del palazzo reale, nascosti da un lungo muro, la sagoma imponente del Louvre e oltre immaginava il fiume pigro che bolliva di caldo sotto lo sguardo dei turisti, che lo accarezzavano lungo viale George Pompidou.
Provò per la prima volta il dolore del distacco: Parigi era la sua città, il mondo che lo aveva cresciuto, il luogo dove vivevano i suoi genitori e sua zia.
«Parto, Daniel» disse tutto di un fiato.
«Come, parti? Non abbiamo ancora finito il corso.»
«Non importa. Vado via, vado a Peshawar.»
«Cosa? Akram, ma dico! Tra un mese il corso finirà e ci andrai in vacanza.»
«Non m’interessa finire il corso. Voglio vivere là!»
Daniel si ammutolì. Aveva frequentato il liceo e poi l’università con quel suo amico pakistano, così taciturno ma così leale.
Per Daniel, che veniva da un paesino della Provenza, vivere a Parigi era stata una conquista, e riuscire a specializzarsi in chirurgia per lavorare stabilmente in un ospedale della capitale era il sogno da realizzare. Quando ne parlava con Akram, sentiva che per lui non era lo stesso, eppure c’era nato a Parigi. E ci viveva dalla nascita. Akram era cresciuto in un sobborgo con la zia, e per brevi periodi con i genitori a casa della vecchia Madame Bocuéry, poco distante dal Louvre, tra rue Saint-Honoré e rue des Petits Champs, dove i suoi lavoravano a servizio giorno e notte.
Daniel era stupefatto. Non gli aveva mai visto tanta determinazione, gli era sempre parso che Akram Ahmed vivesse in un angolo, intento a osservare, in attesa di un guizzo di volontà, che non arrivava mai.
«Non vuoi ripensarci? Almeno finisci il corso di specializzazione, ancora un anno e saremo chirurghi e poi prendi una decisione.»
Il volto di Akram si tese nello sforzo di trattenere l’emozione, si toccò la tempia destra con la mano e poi abbracciò l’amico sussurrandogli: «Mi farò sentire, organizzerò le tue prossime vacanze a Peshawar. Ci sederemo fuori, sotto il portico e berremo tè freddo e tu mi racconterai della tua vita e io ti guiderò alla scoperta di quella che sarà la mia, Daniel. In bocca al lupo per il corso e non smettere mai di sognare il tuo sogno.»
Tacque perché la voce gli s’incrinò mentre Daniel scuoteva il capo in continuazione, sentiva che niente lo avrebbe smosso e che se avesse voluto rivedere il suo amico di sempre, sarebbe dovuto andare lì, a prendere quel tè freddo sul portico di una casa a Peshawar. Rabbrividì, non riusciva a capire.
Fu così che Akram voltò le spalle al suo amatissimo amico e a tutta la sua vita, per aggrapparsi a quel guizzo che lo aveva scosso.

La sera precedente, l’aveva annunciato ai suoi. Sua madre era stata trafitta dal dolore.
«Noi siamo scappati da quella terra, lo capisci? E quella era la nostra terra. Ma tu, tu sei nato qui, tu sei francese, è questa la tua terra! Diglielo Adnan, per favore, fallo desistere da quest’assurdo proposito!»
Ma suo padre non disse nulla, aveva lo sguardo perso, letteralmente smarrito. Si sedette sul divano e rimase muto.
Zia Afrah cercava di portare un po’ di serenità, offriva a tutti bicchierini di kehwa, pregandoli di calmarsi, di parlarne dopo cena.
«Ho preparato il tikka e poi gola ganda al melone, vedrete che poi saremo tutti più disposti a parlare», diceva in continuazione muovendosi tra la piccola sala e la cucina.
Adila, sua madre, era una donna molto saggia e prudente, legatissima ad Adnan, con cui aveva diviso tutta la vita.
Aveva condiviso la scelta di lasciare Peshawar, subito dopo il loro matrimonio e la vita a servizio di madame Bocuéry, che ora aveva quasi novanta anni. Quel lavoro aveva consentito loro di vivere decorosamente e di mantenere Akram agli studi, anche se li aveva privati di tutta la libertà.
Adila aveva sofferto molto l’impossibilità di stare vicino a suo figlio e aveva nutrito dentro un forte senso di colpa. La sua assenza si era scavata dentro l’anima come una sagoma amara.
Dopo cena, Adnan masticando il ghiaccio al melone trovò la forza di dire: «Akram è un uomo, ormai. Io e te, Adila, abbiamo vissuto solo per renderlo tale, ora la sua scelta ci addolora, ci crea disperazione, ma la sua scelta mi onora: possa a Peshawar ritrovare la strada della sua vita. E che sia pregna di serenità.»
Zia Afrah e mamma Adila piansero, mentre Akram le abbracciava teneramente guardando negli occhi suo padre, dentro i quali riconobbe l’ammirazione e lo sgomento. Adnan non aveva dimenticato la sua martoriata e sconfinata terra, dove la sua famiglia era sepolta. Akram sentì sulla sua pelle la benedizione del padre e ne fu fiero.

Era giunto a rue de Rivoli e sotto il sole cocente si recò pensieroso alla sua panca della meditazione, nei giardini davanti alla cattedrale di Notre Dame, dove spesso l’ombra degli alberi coccolava i suoi pensieri.
Akram era spaventato dalla sua decisione, a volte gli sembrava una pazzia. Era cattolico, come avevano voluto i suoi genitori e sua zia. Era a tutti gli effetti un occidentale e con molte idee squisitamente francesi. Tornare a Peshawar, dove era stato solo due volte nella vita, in quel momento così difficile per tutto il Pakistan, significava stravolgere tutti i suoi riferimenti, ma era l’istinto dentro di sé che non lo faceva desistere da quel proposito.
Si toccò la tempia destra, passò la mano tremante tra i capelli neri.
Pensò che era nato e cresciuto Parigi. Come tutti i bambini aveva bevuto l’aria, le cose e i pensieri di quella gente. La linfa di Parigi e della Francia era entrata nel suo corpo, aveva alimentato il sangue nelle sue vene, gli aveva riempito il cuore e poi il cervello. A Peshawar c’erano pericoli, come in tutto il Pakistan, e non c’era quella stessa linfa. Non sapeva nemmeno se avrebbe potuto portare a termine la sua specializzazione e di che cosa avrebbe vissuto, ma Akram voleva calpestare la terra dei suoi genitori e dei suoi avi, voleva riprendersi il mondo che aveva messo in fuga i giovani Adnan e Adila.

Quando aveva poco più di sei anni, quasi ogni giorno costringeva la zia a portarlo a casa della vecchia signora, perché non gli bastava vedere i suoi genitori solo poche ore a settimana, quando potevano lasciare casa Bocuéry.
Zia Afrah non riusciva a resistere al suo sguardo implorante. Dopo aver incartato un kebab per lui, chiudeva in fretta il piccolo chiosco di kebab a rue de Rivoli, lo prendeva per mano e lo portava a rue des Petits Champs.
Madame Bocuéry era una donna altera, un po’ aspra, forse perché la malasorte l’aveva costretta su una sedia a rotelle, ma non era cattiva. Era una signora ancora bella. Spesso gli mandava tramite sua madre dei giocattoli o dei biscotti deliziosi, ma lui l’aveva incontrata pochissime volte. Non le piaceva avere gente per casa ed era stata molto chiara con i coniugi Ahmed, quando le comunicarono che Adila era incinta.
«Non voglio bambini tra i piedi», aveva risposto bruscamente. Poi, pentita, aveva aggiunto più dolcemente:  «Comunque, vi aiuterò, vi darò più soldi per crescerlo, ma non qui.»
Adila, che era già allora molto saggia e prudente, si limitò a ringraziare e a rassicurarla: «Non si preoccupi, mia sorella Afrah terrà il piccolo, le farà compagnia al chiosco.»
Qualche volta, però, gli era concesso di andare dai genitori a casa della vecchia signora. Adnan lo accoglieva con una carezza furtiva e lo portava subito in una stanza, dove poteva giocare senza che importunasse Madame Bocuéry ai piani superiori.
Ogni tanto in quella stanza irrompeva sua madre che in un lampo lo abbracciava rifilandogli pizzicotti e baci che quasi lo soffocavano.
Spesso, però, la padrona voleva stare di sotto, nella grande sala e Adnan e Adila restavano con lei tutto il tempo, perché l’anziana signora aveva sempre mille richieste. Quando il piccolo Akram si rendeva conto che sua madre non sarebbe più entrata nemmeno per un attimo a pizzicargli le guance, sgusciava fuori dalla stanza e di soppiatto s’infilava nel salone, nascondendosi dietro la grande porta.
Lì, nell’angolo ampio che si formava tra lo stipite e l’enorme piattaia che troneggiava nella sala, restava ore a giocare con le cose che portava con sé, per interrompersi ogni tanto a osservare di nascosto la mamma, per rubarle un altro attimo.

Quanto tempo ancora quella porta era rimasta davanti ai suoi occhi? Akram si rese conto che da allora aveva vissuto il resto della sua vita come in quell’angolo, in attesa di carpire lo sguardo di qualcuno che non lo facesse sentire solo.
Sua madre aveva gridato: questa è la tua terra, tu sei francese, lo capisci?
Ma quel mondo che lui aveva così intensamente appreso lo aveva mai accolto, accettato? E soprattutto: qual è il posto in cui vivere?
Provò un senso di sgomento: Adnan e Adila avevano lasciato il loro mondo e ne avevano affidato un altro a lui, ma Adnan quanto aveva sofferto nel lasciare la sua terra? Lo sguardo disperato di suo padre, la sera precedente, non riusciva a nascondere la fiamma di orgoglio per il proprio figlio che voleva ricongiungersi alla sua terra.
Sbuffò: com’è difficile vivere.
Poi si alzò risoluto dalla panca. Sì, è difficile vivere, ma proprio per questo occorre essere determinati. Non c’è un mondo che ti accetta solo perché ci sei nato o vissuto, o solo perché quelli che ti circondano sono della tua stessa razza. La terra dove proietti la tua ombra ti può appartenere solo se la conquisti, se il suo spazio riempie tutta la tua mente e se sei disposto a difenderlo con tutti i tuoi mezzi.
A Peshawar c’era lo spazio che voleva prendersi nel mondo. Aveva poche ore per prendere il suo volo intercontinentale, aveva tanta paura, ora, ma nessun ripensamento.
Stava aprendo finalmente quella porta.
Ora, era certo, avrebbe vissuto a Peshawar. In quella città avrebbe lavorato, avrebbe trovato la sua donna e il suo destino. Avrebbe cresciuto i suoi figli. Lì, avrebbe posseduto una casa, e fuori ci avrebbe piantato un’acacia.   All’ombra dei suoi rami avrebbe sorseggiato tè o succhiato ghiaccio al limone, ripensando ai suoi vecchi: Adnan e Adila, a sua zia Afrah, e Parigi sarebbe apparsa nella sua mente un po’ più vicina.