Deformazione della geometria di un’idea

Deformazione della geometria di un’idea. Dialoghi di un terrorista con sua madre.

Il mio racconto sulla Rivista Letteraria Prospektiva 59 Materiali Resistenti.

Pensieri in cella
Tutto è iniziato quando il mondo si rivoltò in una mega chiassata mondiale. Parlo del ’68, dei moti studenteschi, dei collettivi, delle femministe, degli hippies, delle religioni induiste, del buddismo, delle occupazioni delle scuole, delle università, degli scioperi, dei compagni operai e dei compagni studenti e della loro stramba alleanza. Tutto all’ombra del comunismo o contro il comunismo. Parlo dei rigurgiti fascisti, dei mazzieri fascisti, delle svastiche dipinte sui muri. Tutto quel desiderio di ribellione, quell’indomabile voglia di cancellare lo status quo. Niente più famiglia, niente più voto a scuola, niente più gerarchia. Una sbornia di niente più. Gli americani c’incollarono pure il terrorismo, loro avevano il Vietnam e i rivoluzionari statunitensi cominciarono a fare attentati quando noi badavamo soltanto a farci crescere i capelli. Noi ci arrivammo dopo al terrorismo, qualche anno dopo.
Nel ’68 avevo una quindicina di anni. Frequentavo il Galvani, ero ancora un ragazzino troppo impacciato e confuso per farmi trasportare dal fiume della protesta, mi limitavo a osservare affascinato i ragazzi più grandi di me, soprattutto quelli dell’ultimo anno, ero attirato dalla loro aria ribelle, dai loro capelli lunghi e dalle bandiere che portavano in corteo. Parlavano con sicurezza, sembravano adulti, anche se non erano grigi e seri come gli adulti. Tu, mamma, insegnavi filosofia al Galvani, ma non a quelli della mia classe. La mattina attraversavamo i Giardini Margherita e in una mezz’ora tu eri tra i tuoi alunni ed io nella mia classe.
Finito il liceo non abitai più con te, presi un appartamentino insieme ad altri studenti appena mi iscrissi alla facoltà di filosofia. Tu fosti felice che avessi scelto la tua stessa disciplina e sognavi che un giorno avrei fatto anch’io l’insegnante. Negli anni dell’università ci vedevamo almeno un paio di volte a settimana. In genere per mangiare assieme e parlare, parlare di tutto. Abbiamo parlato tanto in quegli anni. Soprattutto parlavamo di filosofi. Parlavamo del perché Kierkegaard fosse così moderno o del pessimismo di Schopenhauer.

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